• sabato , 31 Ottobre 2020

“Da quassù la terra è bellissima”.

Il 12 aprile 1961 Jurij Gagarin divenne il primo astronauta a varcare i confini dell’atmosfera, orbitando intorno alla Terra. Egli fu il primo uomo che effettivamente osservò il pianeta azzurro dall’esterno, da una prospettiva che  nessuno aveva mai sperimentato prima. Da allora  l’esplorazione spaziale non ha mai smesso di essere perseguita assumendo un’ importanza sempre più rilevante. Indubbiamente infatti costituisce, al pari dell’invenzione della scrittura o della rivoluzione industriale, una pietra miliare del progresso scientifico umano.                                                                                                                                            Lasciamo però da parte la scienza e concentriamoci sull’etica. Ogni anno  le quindici principali agenzie spaziali internazionali investono sessantadue miliardi di dollari per i viaggi spaziali. Trentaquattro invece i miliardi spesi per contrastare la fame nel mondo.   Sembra che il vuoto infinito che circonda la terra, valga più della vita stessa. Pare che la scienza e la conoscenza umana mettano da parte l’uomo in nome del progresso sinonimo di iniquità. Conoscenza che è segno di imperfezione. Forse il rumore dei razzi ci rende sordi, la loro luce ci acceca e intorpidisce la mente. Tre, due, uno accensione…  siamo tutti con il fiato sospeso: non c’è tempo per cogliere l’ingiustizia che si cela dietro a quelle nuvole di fumo. Osserviamo meglio, pensiamo: un dubbio lentamente si fa strada nella nostra coscienza, mentre il razzo si prepara a raggiungere  l’orbita bassa e il fumo finalmente si dirada. È giusta l’esplorazione spaziale? È legittima,non in quanto tale, ma relativamente ai costi esorbitanti che ne derivano?                                                                                            

Fermiamoci un attimo: ci sono paesi che spendono 80 milioni di  dollari per ogni singolo astronauta mandato in orbita, e paesi il cui PIL annuo è praticamente la metà di questa cifra.  Chiaramente le disuguaglianze economiche e le ingiustizie sociali sono troppo evidenti per non oscurare il fascino e la meraviglia che l’esplorazione spaziale fa scaturire. La sensazione di incertezza che ne deriva è inevitabile, ma necessaria: il dubbio e la domanda sono i primi passi per discutere e arrivare ad interrogarsi su un argomento così controverso.  La soluzione però pare ancora lontana, se non inesistente sicché  comporterebbe una scelta univoca tra scienza e morale, uno scontro irrisolvibile.

Poniamo però che l’uomo avesse abbandonato lo spazio e si fosse occupato prima  di quelle problematiche  che attanagliano la società da secoli,  limitandosi ad osservare il cielo da lontano per toccarlo solo quando ne fosse stato degno. Avrebbe mirato a un mondo perfetto, un ideale impossibile che ancora oggi tenterebbe inutilmente  di realizzare. Alla fine dei conti l’uomo non sarebbe riuscito a porre fine alle disuguaglianze tra i vari paesi o alle ingiustizie tra le varie classi sociali, né sarebbe giunto sulla Luna. Perché la verità è che non è solo nell’ambito dell’esplorazione spaziale o della scienza che l’etica viene messa in secondo piano, non è solo il progresso che eclissa la morale, ma è l’umanità che spesso decide di dimenticarsene. Gli uomini scelgono di perseguire dei valori oppure no in tutte le circostanze, in tutte le situazioni. Non importa se parliamo di scienza, politica, economia: l’ingiustizia è propria di ogni ambito. Per questo un mondo perfetto non sarebbe possibile, per questo non ci sarebbe esplorazione spaziale senza ingiustizia.

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