• sabato , 24 Ottobre 2020

Le sanzioni oltre alla guerra

Tutti noi abbiamo sicuramente potuto constatare, come negli ultimi mesi la parola chiave dei nostri notiziari è stata ed è ancora “COVID-19”. Raramente, infatti, passano dai nostri canali d’informazione news che non siano relative alla pandemia di coronavirus che l’intero globo si è ritrovato ad affrontare. E se per molti paesi questa emergenza si è presentata come un ritorno a tempi di guerra, per altri, è stata ancora più drammatica vivendo da tempo in un contesto di estrema precarietà.

Parliamo dei paesi sottoposti al cosiddetto “embargo”, alcuni dei quali già stremati da anni di guerra.

Syrian security tries to quash dissent in Douma, but residents remain defiant, Jan. 14, 2012. (Elizabeth Arrott/VOA)

La parola “embargo” deriva dallo spagnolo “embargar” e significa “impedire”. Per embargo si intende il blocco degli scambi commerciali tra uno o più paesi nei confronti di un paese terzo, solitamente per motivi politici ed economici.

I paesi sottoposti a questo tipo di politica punitiva sono diversi e tra i più importanti vi troviamo Cuba, Siria, Iran, Corea del Nord, Sudan. Per Cuba sembra esserci un bagliore di speranza dovuto alla riconoscenza che l’Italia le deve per il prezioso aiuto sanitario durante la battaglia contro il coronavirus; per questo il nostro governo sta cercando di intercedere affinché venga tolto l’embargo al paese caraibico. Invece per altri paesi, come la Siria, la situazione è molto più drammatica.

La guerra in Siria, iniziata nel 2011 ed entrata ormai nel suo decimo anno, ha provocato 384 mila morti e ben 11 milioni di profughi, il più gran numero di sfollati dalla Seconda Guerra Mondiale. Quest’ultimi vivono in condizioni estremamente difficili e precarie, in particolare all’interno dei campi profughi, dove apprendiamo dai dati dell’ONU che recentemente, in due di questi, sono morte settecento persone per la carenza di cibo e medicine. 

Prima della guerra, la Siria poteva vantare un apprezzabile status economico e un sistema sanitario pubblico tra i migliori in Medio Oriente. E se la vita media della popolazione era di ottant’anni (anche meglio che negli USA), dopo cinque anni di conflitto questa è scesa a cinquantanove. Dopo dieci anni di guerra circa il 70% dei medici è scappato all’estero e migliaia sono morti sotto i bombardamenti effettuati incivilmente anche verso le strutture sanitarie. Secondo l’OMS, infatti, metà di tali strutture è stata distrutta e ad oggi sono funzionanti, in tutto il paese, solo cinquantotto ospedali. I dati dell’ONU affermano, inoltre, che l’83% della popolazione vive sotto la soglia di povertà e il 70% non ha accesso all’acqua potabile.

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Già nel 2010/2011 la Siria aveva ricevuto sanzioni dal mondo Occidentale, ma ad aggravare la situazione sono stati gli Stati Uniti (seguiti dall’Unione Europea), che nel 2019, con l’entrata in vigore del “Caesar Act”, hanno bloccato ogni tipo di transizione economica, finanziaria, commerciale con il paese medio orientale. Certo che se lo scopo reale dell’embargo fosse quello di costringere i paesi belligeranti a interrompere le ostilità, impedendo loro il rifornimento di armamenti, allora esso sarebbe giusto e auspicabile. Purtroppo, però, è evidente che non è così. Le forniture di armi non sono mai venute meno, mentre si sono completamente interrotte le transizioni dei beni di prima necessità, compresi quelli sanitari.

Queste sanzioni, appunto, impediscono alle aziende farmaceutiche di rifornire il Paese e quindi, i farmaci devono essere importati dall’Iran e dall’India, ma essendo questi di bassa qualità, hanno ricadute negative sulle cure dei pazienti. 

Com’è evidente, la situazione in Siria appare assai drammatica e, contrariamente a come dicono alcuni, non sembra essere alle battute finali, ma anzi, continua silenziosamente, nell’indifferenza generale a spargere morte e desolazione nel cuore di un intero popolo i cui figli più giovani non sanno cosa sia la pace. Vivono nella precarietà, nell’insicurezza, senza avere la possibilità di andare a scuola e con terribili danni psicologici, che incideranno negativamente sull’auspicato, ma ancora lontano ed incerto, futuro di ricostruzione del paese.

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