• venerdì , 25 Settembre 2020

Dal bigliettino al carcere

di Federica Furlan

Il suono di penne che scorrono velocemente su fogli, lo sguardo attento dei compagni: chi per l’ansia si mangia le unghie e chi scuote la testa rassegnato. Alzando gli occhi dall’esame si può vedere il professore, seduto alla cattedra con espressione severa, attento ad ogni minimo movimento nell’aula.

Nessuno penserebbe che, dopo un esame, ci si possa ritrovare in prigione, solo per aver provato a copiare, ma le rigide pene in Marocco hanno invece costretto due giovani a tre mesi di prigionia dopo essere stati sorpresi a copiare durante il “Bac”, ovvero l’esame di stato per accedere all’Università.

I due candidati sono stati immediatamente arrestati e condannati da un tribunale di Fez, che ha inflitto una pena di tre mesi di carcere e una multa di 450 euro, con inoltre il sequestro dei loro telefoni, utilizzati per cercare le risposte del test.

Una punizione che agli occhi dei media occidentali è stata considerata tanto dura da riportarla su numerosi quotidiani. Tuttavia la legge è ormai in vigore dal 2016 e vi sono centinaia di articoli che riportano i processi di molteplici giovani imbroglioni.

Ma sembra che ciò non scoraggi gli studenti a copiare, tanto che solo quest’anno 17 persone sono state arrestate perché appartenenti ad una rete che si occupa di vendere oggetti elettronici come cuffie bluetooth e chips elettronici ai ragazzi che devono sostenere l’esame.

Il governo marocchino invece di punire con una semplice sanzione amministrativa un’azione così come potrebbe succedere nei governi europei, ha deciso di ascriverla al codice penale. Nei giornali occidentali non è stata data notizia di una reazione popolare nel momento in cui è entrata in vigore la legge, segno che quindi il disvalore sociale del gesto fatto da questi ragazzi è molto sentito in Marocco.

Nel mondo europeo, invece, la copiatura di un esame comporta l’esclusione dell’alunno da esso, senza limitare l’esaminando della possibilità di ripresentarsi alla prova; questo perché pur essendo riprovevole l’atteggiamento, non implica un’azione connotata da responsabilità penale.

Nel 2013 aveva fatto scalpore quando si è scoperto che il ministro dell’istruzione tedesco aveva copiato parte della sua tesi di dottorato, così come nel 2011 il ministro della difesa era incorso nello stesso problema. Entrambi si sono dimessi dal loro incarico.

Parallelamente in Italia Marianna Madia, ministro per la semplificazione e la pubblica amministrazione nel governo Renzi e nel governo Gentiloni era stata accusata di aver plagiato la tesi di dottorato; nella polemica giornalistica e politica seguita alla notizia, né il ministro stesso né i membri del governo hanno chiesto le sue dimissioni.

Non si può non mettere l’accento sulle differenti reazioni che da un lato mostrano un estremo rigore come nel caso del Marocco, e nell’altro un lassismo della legislazione italiana.

Parrebbe quindi più corretto il sistema marocchino, poiché oltre a essere deterrente per delle future copiature, cerca di porre su una base egualitaria tutti gli studenti, premiandoli non per il loro censo o conoscenze informatiche, ma per meritocrazia, in quanto non è corretto che una persona priva di scaltrezza “tecnologica” non possa concorrere alla pari con un truffatore.

È anche corretto il comportamento tenuto dai ministri tedeschi, le loro dimissioni non li hanno lasciati però, indenni dalla gogna mediatica, oltre al fatto che la loro carriera politica è stata distrutta.

Il popolo italiano invece, non percepisce la meritocrazia come un valore sociale. Infatti non si è assistita a nessuna campagna mediatica che chiedesse le dimissioni o un ridimensionamento del potere politico posto loro in mano. Sembra quasi che al popolo italiano non importi essere governato dal politico più bravo, ma solo dal più furbo.

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