• lunedì , 26 Ottobre 2020

Migranti e Pil

di Alice De Nardis

Negli ultimi decenni, il governo italiano si è trovato a dover affrontare un crescente afflusso di migranti provenienti da tutto il bacino del Mediterraneo. Nel 2017, ad esempio, il numero di immigrati in Italia si aggirava, secondo i dati Eurostat, attorno ai 6 milioni. Vi è dunque il timore che un’economia come quella italiana, già danneggiata in precedenza e attualmente minacciata da una probabile ricaduta, con il PIL nuovamente in calo a seguito della pandemia di COVID-19, non riesca a fronteggiare il problema.

A tale proposito, si può prendere come esempio lo studio compiuto dall’economista britannico Paul Collier e dal professore di migrazione forzata e affari internazionali Alexander Betts a riguardo delle migrazioni in Uganda. Essi la definiscono una prova lampante di come i migranti possano risollevare l’economia di un intero paese. L’Uganda, che ospita migranti provenienti soprattutto dai paesi confinanti logorati dai conflitti intestini, è un’interessante esempio pratico di integrazione: a differenza di altri paesi africani ed europei, ha concesso da sempre più libertà ai suoi rifugiati, permettendo di iniziare attività e dando perfino terreni per la coltivazione e l’incremento dell’agricoltura in zone rurali. Nel Refugee Act del 2006 è stato stabilito che ogni rifugiato ha diritto di accesso al paese, libertà di spostarsi sul territorio e diritto al lavoro. Questo, sostengono i due studiosi, ha avuto un’influenza sorprendentemente positiva sull’economia locale, aumentando tra l’altro gli scambi esteri con paesi più sviluppati, quali ad esempio la Cina o l’India.

Tornando all’Italia, la situazione economica è talmente critica che alcuni studiosi non distinguono neanche più periodi di crisi e periodi di ripresa, ma preferiscono ammettere che l’economia si trova ormai in uno stato di inevitabile declino, come sostenuto da Gianfilippo Cuneo, uno dei maggiori imprenditori italiani del secolo scorso. Cuneo sostiene una tesi completamente inversa a quella di Betts e Collier, almeno per quanto riguarda l’Italia. Questo perché la crescita economica data dai migranti, sostiene, sarebbe possibile solo in paesi con basso tasso di disoccupazione e alta capacità di creare posti di lavoro. Diverse problematiche sono state sollevate al riguardo; molti sostengono la necessità di integrazione dei migranti in quanto necessari per ricoprire quei ruoli lavorativi che gli Italiani non vogliono più, o per lavorare in ambito di assistenza agli anziani, o in quello delle occupazioni prettamente stagionali. Egli crede invece che ciascuno di questi problemi potrebbe essere risolto se lo Stato italiano investisse maggiori fondi per incoraggiare la popolazione italiana in ambito lavorativo.

Per risolvere il problema di disoccupazione e decrescita del PIL sarebbe necessario, in ambito italiano, integrare con sussidi statali gli stipendi di tutti quei lavori che gli Italiani si rifiutano attualmente di fare e di quelli stagionali, che potrebbero essere ricoperti da studenti e disoccupati. Dal punto di vista economico, un sussidio costerebbe meno allo Stato rispetto all’aumento di servizi per integrare tutte le famiglie immigrate permanentemente nel Paese. Se è vero che economicamente sarebbe l’opzione più vantaggiosa, anche moralmente e giuridicamente non paiono esserci vincoli all’immigrazione se non un diffuso senso di protezione dei propri confini.

Il problema dell’immigrazione non può essere risolto; i migranti continueranno ad affluire in territorio italiano. La domanda non è dunque come evitare il problema, ma come affrontarlo al meglio. Bisogna tuttavia comprendere che, in questa circostanza come in molte altre, fare ciò che è meglio moralmente parlando non corrisponde al benessere economico dello Stato. Ci si trova quindi di fronte a un bivio: adottare una linea politica di accoglienza e integrazione tout court o, dall’altro lato, adottarne una di salvaguardia economica, sperando in una possibile ripresa dell’economia italiana, operata solo e soltanto dagli italiani stessi.

La questione del rapporto fra economia e morale, su cui si sono interrogati diversi filosofi economisti nel corso della storia, rimane ancora aperta: per salvaguardare l’una bisognerà sempre rinunciare all’altra? Si può trovare un equilibrio o si dovrà continuare ad oscillare fra buonismo moralista e bieco economismo?

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