• domenica , 25 Ottobre 2020

Il peso del nome

di Carlo Ponti

Vivere ed essere in vita. Due cose diverse, quasi diametralmente opposte se ci si pensa. Come l’essere umano e la pianta. L’umanità e la natura. O meglio, l’umanità é la natura. La più grande differenza però è il modo di approcciarsi alla vita. L’uomo sfrutta le migliaia di occasioni che ogni giorno la vita gli propone e vive, veramente. La pianta invece, immobile, attende che la vita passi, attende di terminare il suo ciclo di crescita, impassibile ad ogni stimolo, ad ogni movimento. E poi, in ultimo ci sono gli “uomini-pianta”, coloro i quali si lasciano scorrere la vita davanti, vivacchiano, come tradusse Carmelo Bene nel suo Amleto del 1972.

E il termine vivacchiare non potrebbe essere più interessante: vivere alla meglio, mediocremente o anche stentatamente. Di per sé quindi non vivere, se della vita si ha un’idea larga ed abbondante. Vivere significa assaporare ogni attimo che la vita offre, ogni stimolo che giunge ai nostri sensi e ci dà la possibilità di reagire. Se si ha la ferma convinzione che la vita possa essere il risultato di successi fortuiti, allora attendere placidamente la fine della vita stessa senza andare alla ricerca di un obiettivo non può essere considerato vita. Nonostante ciò però non si può neanche affermare che un essere in attesa sia morto. E allora chi non è in grado di ribattere i dritti e i rovesci della vita è vivo ma non vive. Perché il più intimo significato di vivere si contrappone, è diametralmente opposto a essere in vita.

Nel primo caso una lettura di un libro può diventare un viaggio, ogni nome una storia, una veduta invece un ricordo da tirare fuori negli attimi di consolazione; nel secondo invece bisogna sempre fare esperienze più nuove e “grandiose” per colmare un vuoto. 

D’altronde chi è in vita ma non vive pecca di una infinita grandezza: non è in grado di amare e soprattutto non è amato. Sentire nella bocca di qualcun altro il proprio nome, protetto e accompagnato, è il punto di partenza per vivere una vita piena. Il secondo passo sta nel rispondere a quella chiamata, al proprio nome: prendere in custodia il suono dell’altra persona, farne una missione. Solo in questo modo si può imparare ad apprezzare le bellezze che ogni giorno ci si presentano davanti multiforme. 

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