• venerdì , 27 Novembre 2020

Uno sconosciuto che ci ha sconvolto la vita

Uno Stato posto alle strette, questa è l’Italia in tempo di pandemia: studenti che non possono tornare tra i banchi di scuola, ristoratori che si trovano costretti a ridurre il loro orario di lavoro e aziende che fanno fatica ad arrivare a fine mese.

Il virologo Giorgio Palù ci spinge a non parlare di “contagiati”, in quanto il contagio è qualcosa che si diffonde in maniera visibile, ma solamente di “soggetti positivi al test“, soggetti che possono o meno contagiare o essere malati. La mortalità di questo virus, aggiunge Palù nell’intervista rilasciata al programma Primus Inter Pares il 14 ottobre, oscilla tra lo 0.3% e il 0.6%, molto più bassa di quella causata da incidenti stradali, da patologie legate al fumo o dai suicidi, e addirittura da altri virus del passato come la MERS, la cui letalità era pari al 34%. Il virus ad oggi è diverso da marzo e lo racconta il commissario Domenico Arcuri: al 21 marzo il 9% dei contagiati moriva e solo l’11% guariva, il 52% dei malati si curava a casa e il 7% era in terapia intensiva, al 28 ottobre il 6% muore ma il 47% guarisce, il 95% dei casi positivi è a casa e solo lo 0.6% è ricoverato. Tutti dati che ci fanno sperare e comprendere che stiamo correndo più veloce del nemico.

Dai social media e dalle tv nazionali trasuda confusione: “moriremo tutti?” è la domanda che qualcuno si pone, scatenando il panico ovunque. I lettori spesso si trovano a rifiutare le notizie allarmanti, non combattono seguendo le regole ma cercano di fuggire dalle soluzioni che potrebbero portare alla sconfitta di questo nemico invisibile. Nessun programma televisivo ha mai invitato un virologo qualificato a discutere, ma, ad esempio, igienisti o epidemiologi che non sanno spiegare le esatte proprietà dell’agente patogeno. Sono sempre stati intervistati “esperti” che danno voce a informazioni non di loro competenza o inutili alla guerra contro il virus, creando ancora più disordine e aumentando i timori della gente.

Più volte, in questi ultimi giorni, i medici, tramite i social media, hanno lanciato appelli chiedendo di recarsi in ospedale solo in caso di assoluta necessità ma l’angoscia che accomuna la popolazione ha conseguenze drastiche: i pronto soccorso vengono presi d’assalto in quanto la maggior parte della gente, alla minima sintomatologia, vi si reca creando i tanto temuti assembramenti; chi, invece, vuole risparmiare sul tempo esegue il tampone presso laboratori privati ad un prezzo che varia tra i 50 e i 120 euro. Numerose aree degli ospedali sono state adibite a reparti Covid, togliendo spazio e personale alla cura di altre malattie come tumori o patologie cardiache per le quali si stima un aumento dei decessi. Tragica la storia di Enzo Di Felice, 72enne morto per una crisi respiratoria davanti all’ospedale di Avezzano dopo che, a causa di dolori alla spalla, si era recato presso una clinica privata dove gli sono state rifiutate le cure perché non si era ancora sottoposto al tampone.

Anche gli studenti di ogni ordine e grado sono stati penalizzati da queste norme anti Covid: i banchi di scuola sono ormai un vecchio ricordo, ora la DAD (didattica a distanza) è all’ordine del giorno. È ridotta, se non soppressa del tutto, l’interazione tra allievi e docenti, è scarsa la dimestichezza che gli insegnanti hanno con la tecnologia e questo porta a difficoltà di comunicazione e perdite di tempo durante le lezioni, gli adolescenti sono costretti a restare chiusi in casa con una limitata possibilità di interagire di persona con i loro coetanei. Quei pochi che, invece, riescono a seguire dall’interno delle mura scolastiche, che hanno adottato tutte le misure necessarie per ridurre il più possibile i contagi, devono usufruire dei trasporti pubblici che, al contrario, non sono stati potenziati sufficientemente e sono quindi ambienti ad alto rischio di contagio a causa dell’enorme afflusso soprattutto nelle ore di punta.

A causa del primo lockdown molti lavoratori, soprattutto nel settore del turismo, si sono trovati in difficoltà e tanti non sono riusciti a risollevarsi. Ne è un esempio lo storico ristorante Umberto a Chiaia, Napoli, che, a causa delle restrizione imposte sugli orari dei locali, si è trovato costretto a dover chiudere i battenti dopo 104 anni di attività; un medico di base 62enne di Genzano, Roma, si è tolto la vita perché sotto stress per la seconda ondata di contagi; nelle grandi città italiane come Torino, Milano e Napoli i lavoratori scendono in piazza contro le chiusure previste dal DPCM del 25 ottobre. Intere città messe in ginocchio e un’economia che, se riuscirà a riprendersi, lo farà con un’immensa difficoltà.

Nonostante gli evidenti dati scientifici e il palese malessere della popolazione il governo decide di pensare a un secondo lockdown che metterebbe in ginocchio anche chi è rimasto in piedi. Servirebbero misure estremamente drastiche, che un paese come l’Italia non può permettersi, per sconfiggere questo virus, quindi sarebbe più conveniente imparare a conviverci, difendendo i più deboli e seguendo le regole base, ma senza uccidere un’intera economia.

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