• giovedì , 26 Novembre 2020

Le parole della pandemia

L’importanza delle parole

Tutto nasce dalla parola. Un esiguo agglomerato di lettere organizzate in un certo modo, per permetterci di esprimere e di comprendere. È solo un piccolo insieme di caratteri ma da questo, nasce il potere più grande che l’uomo ha a disposizione.

La parola oggi, in una società iper connessa, è uno strumento fondamentale, è il mezzo in grado di influenzare e determinare, e come diceva il sofista Gorgia, è portatrice di credenza, suggestione e persuasione. Per questo motivo, durante quest’emergenza sanitaria è fondamentale riflettere anche dal punto di vista linguistico e dall’influenza delle parole a cui siamo stati, e siamo tuttora sottoposti. È importante capire infatti, in che modo è stata gestita la comunicazione, che è stata di grande rilievo in questi mesi di angoscia, incertezze e diffidenza. In particolare, cosa si è scelto di trasmettere, in che modo hanno sfruttato la nostra sensibilità ed emozioni, e quali parole sono state utilizzate per diffondere le varie notizie.

I 600 neologismi del 2020

Coronavirus, quarantena, droplet, distanziamento sociale, Dad. Parole che mesi fa erano poco diffuse, ma che in poco tempo sono entrate a far parte del nostro lessico quotidiano, e che il dizionario del Devoto-Oli introdurrà nel 2021 tra i 600 neologismi individuati finora.

Questa pandemia ha alterato le nostre abitudini, i nostri rapporti e comportamenti, ma anche il nostro atteggiamento verso alcune parole. Infatti in questi mesi, abbiamo iniziato ad assumere delle attitudini verso certe parole, come “positivo” e “negativo”, che contrastano il significato che attribuivamo prima ad esse. Inoltre tra i termini introdotti legati all’emergenza sanitaria, abbiamo iniziato ad utilizzare neologismi (come “aperiskype”), termini tecnici (come droplet e sierologico), e già esistenti, ma che adesso hanno assunto un significato ben specifico come “curva”, “assembramento”, “tampone” e “zona rossa”.

Inoltre, si sta facendo uso anche di parole inglesi come “lockdown”, delle quali non si è voluta dare una traduzione, perché, come spiega Bianca Gismondi, responsabile lessicografica dei vocabolari Le Monnier: “Se avessimo tradotto questa parola, sarebbe stato fuorviante dal momento che questa ha un’immediatezza tale da esprimere una serie di concetti che avrebbero richiesto una perifrasi”. Questa immediatezza infatti, ha un certo valore dal momento che in un periodo così difficoltoso, che mette a dura prova la nostra forza emotiva, abbiamo sempre più bisogno di una lingua e condivisione comune, che da vita alla nostra comunità a cui facciamo affidamento.  

Le notizie negative fanno più scalpore

Come succede il più delle volte, nel momento in cui si verifica un accaduto di un certo spessore, ogni altra notizia che non concerne l’avvenimento, passa in secondo piano. 

Così è successo durante quest’anno 2020: le notizie che non avevano attinenza con la pandemia, il numero di decessi, i vaccini o comunque le malattie in generale, sono diventate marginali. Durante il corso di quest’anno, ogni singolo giorno, siamo stati investiti da un flusso di parole e frasi che avevano accezioni a dir poco catastrofiche. Ma non è un caso se i media si sono serviti maggiormente di notizie negative.

Infatti, come hanno dimostrato Marc Trussler e Stuart Soroka, l’uomo è scientificamente più attratto da titoli che richiamano violenza e disastri, e in più, i due ricercatori affermano che l’uomo tende ad avere una propria visione del mondo, che è più roseo rispetto a quello che lo circonda, e per questo, si sorprende maggiormente alla vista di una notizia negativa.

Dunque frasi come “Scatta l’emergenza massima” (Repubblica, 10 novembre 2020), “Un morto ogni 20 minuti”, “Record di morti” (La Stampa, 11 novembre) o storie strappalacrime come quella di Chiara, una ragazza di ventun anni “uccisa dal Covid” (raccontata nella Stampa), o come quella di Nicola, un anziano di Torino, colpito da una grave polmonite (probabilmente Covid), sono recepite più velocemente dal cervello umano, dal momento che la mente umana è per natura più indirizzata alle parole che definiscono qualcosa di negativo rispetto a quelle che si riferiscono a questioni positive. 

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