• martedì , 3 Agosto 2021

You are not human

Il giorno di Pasqua si è concluso un torneo che per due settimane ha tenuto tutti gli appassionati di tennis attaccati al televisore, grazie a match spettacolari e risultati imprevedibili. Se il Master 1000 di Miami non era iniziato nel migliore dei modi per i nostri connazionali, con cinque italiani su nove fuori al primo turno e Fognini eliminato da Sebastian Korda, il nostro morale è stato rapidamente rialzato dal torinese Sonego, dalla new entry Musetti e dall’ormai solito Jannik Sinner.

Dopo due match, il piemontese si è dovuto arrendere a Stefanos Tsitsipas, così come l’altro Lorenzo aveva fatto neanche due settimane prima ad Acapulco. Proprio in virtù del percorso in Messico, culminato con una sconfitta in semifinale dal greco, Musetti ha continuato a mostrare il suo talento anche in Florida, battendo un desolante Benoit Paire e dando filo da torcere al campione Slam Marim Cilic.

Nonostante un carattere molto emotivo e un posizionamento troppo lontano dalla linea di fondo, le qualità del ragazzo di Carrara sono indiscutibili, lo porteranno presto nell’elite di questo sport.

Lorenzo Musetti, 19 anni, 90 al mondo

Bisogna ricordare che Musetti è il più giovane giocatore della top 100, che, tra l’altro, da questo lunedì è composta per il 10% da italiani, grazie al ritorno in classifica di Gianluca Mager. Tutto questo ci fa ben sperare per la rinascita del nostro tennis, la cui ciliegina è senza alcun dubbio Jannik Sinner che, con la finale di Miami, è oggi il ventitreesimo giocatore al mondo.

Jannik Sinner, 19 anni, 23 al mondo

L’altoatesino ha iniziato il torneo annientando un (inevitabilmente) frustrato Hugo Gaston, è andato poi avanti battendo anche il russo Khachanov, in tre parziali estenuanti in cui Jannik è sembrato più volte sul punto di cedere. Dopo aver rifilato due set allo spregiudicato talento di Bublik, con una spettacolare rimonta su Bautista l’italiano si è regalato anche la prima finale di un Master 1000. Solo la pressione della partita più importante della sua carriera ha fermato il nostro campioncino, che cede il titolo all’amico Hubert Hurkacz, autore di un percorso straordinario.

L’essenza del torneo di Jannik è probabilmente racchiusa nelle parole che il kazako Bublik gli ha rivolto al termine del quarto di finale: “You are not human“. Perché ormai non c’è più il dubbio che siano vittorie di circostanza, non è umano tenere il confronto fisico con Khachanov sotto il sole cocente della Florida come se nulla fosse, non è umano restare concentrato per due ore e mezza e battere Bautista sul piano tattico, non è semplicemente umano, a quell’età, giocare così.

Se forse si può ancora chiedere qualcosa a servizio e volée, il rovescio dell’altoatesino è già tra i migliori del circuito e i suoi colpi sicuri, di palleggio, viaggiano a velocità da vincenti. Oltre però alla potenza e al gioco profondo, quello che impressiona di Sinner è assolutamente la mentalità: la capacità di giocare ogni punto senza lasciarsi influenzare da quello precedente.

Si dice che alcuni giocatori non sentano la pressione dei punti importanti e che riescano a giocarli come tutti gli altri. Jannik, invece, sembra addirittura esaltarsi e dare il meglio di sé quando la pallina scotta. Lo sa bene Bautista, che, dopo aver vinto il primo set, si è ritrovato sullo 0 : 40 al settimo game del secondo. Quel gioco, poi rimontato da Sinner, ha cambiato il match ed è stato decisivo per la vittoria finale sullo spagnolo, che a fine partita ha commentato: “Nei momenti decisivi questo ragazzo ha qualcosa di speciale”.

Certo, qualche black out c’è stato, ma è proprio la tenacia e la capacità di rialzarsi dai passaggi a vuoto che ci permettono di intravedere in lui un campione, più di qualsiasi traguardo. Sarebbe poi inutile, anche un po’ dannoso, elencare tutti i record che questo ragazzo batte ogni giorno, così come sembra deleterio continuare a paragonarlo ai maestri del tennis moderno. Non ha senso mettergli pressione perché non sarà mai Federer o Nadal, ma sarà un grandissimo Jannik Sinner e questo sicuramente basterà.

Il suo coach sostiene che prima di risultare veramente importante Jannik deve giocare almeno 150 partite, quindi circa altre 80. E’ giusto, perché con un po’ più di esperienza ieri avrebbe vinto anche la finale, ma i grandi giocatori che non hanno partecipato al torneo di Miami, guardando l’italiano in TV hanno già iniziato a impensierirsi, a ragion veduta.

Parafrasando De Gregori, che nel giorno della finale ha compiuto settant’anni, “anche se ha le spalle strette, il ragazzo si farà“. Se tutto va bene (anzi benissimo) presto potremo constatarlo dal vivo, al Pala Alpitour, con altri sette campioni.

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