• sabato , 31 Luglio 2021

Patricia Marroquin, una nuova professionalità al femminile.

L’anno scorso, il Metropolitan Museum of Art (MET) di New York ha presentato un nuovo programma innovativo dedicato all’arte nativo-americana, e a supervisionarlo ha assunto, per la prima volta dopo 150 anni di storia del museo, Patricia Marroquín Norby, la prima curatrice in assoluto specializzata in questa tipologia d’arte. Infatti, da quando uno dei musei più importanti del paese ha preso finalmente in considerazione i primi abitanti della nazione, il direttore è andato in cerca di una “stella polare indigena” che dirigesse il progetto, e ne hanno trovata una proprio in Patricia.

Grazie a questo ruolo la Norby ha sicuramente regalato al Met una nuova prospettiva con cui vedere l’arte, per poterla studiare con maggior attenzione, per capire le origini e la storia che gran parte delle opere del museo si porta alle spalle, e forse per comprendere meglio così il complesso contemporaneo. Inoltre, grazie al suo lavoro, è riuscita a mettere l’accento sul forte carattere di inclusione che ha sempre contraddistinto il Metropolitan di New York.

Patricia Marroquín è un personaggio pubblico del Guatemala (ex First Lady del paese dal gennaio 2016), discendente dal popolo indigeno messicano dei Purépecha. Ha conseguito un dottorato di ricerca in studi americani presso l’Università del Minnesota-Twin Cities, con una specializzazione in storia dell’arte e cultura visiva dei nativi americani, nonché un MFA   (Multifactor Authentication – sistema di autenticazione a più fattori) in incisione e fotografia presso l’Università del Wisconsin-Madison, e prima di diventare curatrice al Met, ricopriva anche il ruolo di Assistant Director al Museo Nazionale degli Indiani d’America allo Smithsonian di New York.

Dopo il discorso di benvenuto da parte del direttore del Met, Max Hollein, Dr. Sylvia Yount (responsabile della supervisione amministrativa dell’American Wing) ha aggiunto: “Siamo elettrizzati che Patricia si unisca a noi nell’ala americana, dove abbiamo esplorato storie intricate di incontri e scambi interculturali tra individui e comunità native e non, specialmente dal debutto nell’autunno 2018 di Art of Native America: La collezione di Charles e Valerie Diker”. Effettivamente, l’importanza di questo tipo di arte si denota dalla storia che si porta alle spalle: essa infatti incarna e affronta perturbazioni ambientali, religiose ed economiche che le comunità indigene hanno vissuto attraverso quell’equilibrio tra bellezza e tradizione che li ha da sempre caratterizzate, e questo fascino, è sicuramente messo in risalto dal duro lavoro che la Norby ha impiegato e impiega tuttora in questo progetto. Patricia infatti si concentra principalmente sulla componente materiale: la parte più importante per comprendere meglio quest’arte infatti è quella di vederla da vicino, studiarla ed esaminarla, non osservarla come dei semplici pezzi in esposizione separati l’uno dall’altro. Una delle numerose doti della nuova curatrice infatti è anche quella di riuscire a mostrare com’è fatta una ceramica, un dipinto o un arazzo del XIX secolo e com’è può essere facilmente collegabile a delle opere contemporanee.

Durante la Diker exhibition del 2020 infatti ha affermato: “mi interessa la conoscenza intergenerazionale ed ecologica che gli oggetti con cui lavoro incarnano”. Infatti, nonostante tutto il suo percorso di studi, la  Norby è meno accademica nel suo approccio all’arte rispetto a molti altri curatori, preferisce parlare di come il suo M.F.A in incisione e fotografia informa il suo lavoro: “sono interessata a ciò che serve per creare qualcosa: il bilancio fisico ed emotivo. Non mi interessa quale artista sia famoso“, ha detto, “mi piace vedere cose che sono profondamente connesse ai protocolli estetici ma che hanno anche qualcosa di nuovo e fresco”.

Per questo motivo infatti, Patricia si distacca da tutti quei musei e gallerie che sono contraddistinti da certi confini, forse anche limiti, come quelli storici/contemporanei, nativi/non nativi, europei/americani… Questo distaccamento e disinteresse arrivano principalmente dalla sua infanzia, che ha vissuto come “indiana urbana” nel West Side di Chicago. I suoi bisnonni vi si stabilirono dopo aver lasciato lo stato messicano di Michoacán durante la Grande Depressione. “Gli indiani sono sempre stati urbani“, dice, “ci sono grandi concentrazioni di indiani di diversa estrazione in ogni grande città americana“.

Dopo svariati mesi di chiusura inoltre, il Met ha annunciato da poco che gran parte delle opere in programma dell’ala Nativo-Americana verranno esposte, e con queste ci sarà una nuova collezione contemporanea fatta allestire dalla Norby, comprendente lavori come “l’Untitled (Dream Catcher) by Marie Watt”, un enorme assemblaggio di coperte di seconda mano trapuntate in un patchwork di storie indigene. Così come l’abito da ballo tradizionale del Nord con gli accessori esposti di fronte, creato da Jodi Archambault con l’aiuto della sua  famiglia e di qualche amico, che presenta 7 chili di perline ed è stato indossato nei concorsi di danza powwow (un ballo tradizionale). Lo spirito di comunità e la continuità tra passato e presente sono caratterizzanti in entrambi i pezzi, così come in tutto il complesso, e sono il risultato del lungo lavoro che Patricia ha impiegato per portare al Met un assaggio di una storia e cultura che sembravano ormai perdute. 

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