• giovedì , 22 Ottobre 2020

L'umiltà della decisione

[box] Intervista al prof. Maurizio Berardino, direttore della DEA (Pronto Soccorso piccolo e grandi traumi) e del reparto di Anestesia e Rianimazione dell’ospedale CTO di Torino. [/box]

 

Il 27 febbraio Luca Abbà si arrampica su un traliccio dell’alta tensione durante una manifestazione No Tav. Precipita a terra dopo essere stato folgorato: l’elicottero lo porta al Cto di Torino; le sue condizioni sono disperate. Ad aspettarlo in corsia c’è il prof. Maurizio Berardino.

Abbà sta guarendo: gli avete salvato la vita. Eppure su quel traliccio non si poteva salire…

Infatti sarà compito della magistratura chiarire le colpe. Ma attenzione, il soccorso è garantito per tutti: in ospedale non chiediamo la carta d’identità (né quella di credito!) ai pazienti.

In che condizioni è il nostro sistema sanitario? Di che cure avrebbe bisogno?

Se valutiamo la spesa sanitaria totale in rapporto al Pil, scopriamo che non siamo messi così male. Il grafico mostra che l’Italia si trova piuttosto vicina ai valori dei sistemi più virtuosi. Il problema è che nel nostro paese la spesa e il Pil stanno crescendo con una grave sproporzione: siamo nel pieno della crisi ma i costi della sanità continuano ad aumentare. Questo significa che così non possiamo andare avanti.

Tagliare i fondi o alzare le tasse?

Non vedo la necessità di chiedere più soldi ai cittadini, ma piuttosto quella di ottimizzare gli investimenti. Manca furbizia nell’amministratore pubblico: gli ospedali spendono per i casi complessi (cui le cliniche non possono provvedere) e si lasciano scappare (perché disorganizzati) i trattamenti ordinari (soldi che servirebbero ai conti degli ospedali). Insomma esiste un pubblico ben fatto in un arcipelago di cose che non vanno: dobbiamo rendere gli ospedali competitivi a tutti i livelli e cercare altri modi di rendere sostenibile la spesa.

Proposte?

Il risparmio passa attraverso due strade, innanzitutto l’ “appropriatezza”. Diagnosi ed esecuzione di alta qualità: no alla “medicina difensiva”. Penso a quante Tac inutili si prescrivono ogni giorno, con danni per il paziente e spese per la struttura. Non è ammissibile che si sprechi per la tranquillità di qualcuno. La medicina procede –soprattutto di fronte alle patologie più comuni- attraverso “protocolli” estremamente chiari: basterebbe conoscerli e attenersi ad essi. E bisognerebbe superare il campanilismo: nella sanità qualità e quantità sono direttamente proporzionali. Oggi dobbiamo puntare a costituire grandi centri dove si lavori (in maniera più efficiente) su larga scala. L’intera rete va riorganizzata per evitare di disperdere le forze, favorendo i trasporti, sfruttando le nuove tecnologie, tagliando la burocrazia.

La seconda strada?

Il controllo di gestione. Pochi colleghi se ne occupano; in genere si concepisce il primariato solo come un punto d’arrivo. Invece no: significa rinunciare a una parte dell’attività clinica per dedicare tempo anche a quella manageriale, senza che una delle due escluda l’altra.

Lei come attua questo “controllo”?

Coordino una macchina che sia funzionale al reparto: non assegno i ruoli in base all’anzianità ma in base alle competenze. Il “ruolo” comporta indennità di posizione e di risultato (componenti principali dello stipendio) e in particolare posso agire su quelle di risultato. A inizio anno concordiamo gli obbiettivi del team e dei singoli e poi ognuno viene valutato: chi li ha raggiunti riceve il “bonus”, gli altri noi. In questo modo tutti sono stimolati e lavorano molto bene.

Le sue giornate si dividono tra Rianimazione, Terapia Intensiva e Grandi Traumi. Ogni giorno incontra il dolore dei pazienti e dei loro famigliari. Come “sopravvive”?

Il dolore fa parte della vita, l’unica sofferenza che imbarazza è quella per cui la cura non è una soluzione. Il rianimatore è il medico della decisione e io seguo questi criteri: mai compiere gesti attivi per favorire la morte di una persona; scegliere la cura giusta per il paziente (non per la serenità del medico!) attraverso il confronto nella riunione di reparto; spiegare le strategie terapeutiche ai parenti; mai affrettare i giudizi, sempre essere umile.

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