• domenica , 20 Settembre 2020

Vegan non è "hip"

Follia vegana portata a livelli estremi

La titubanza con cui mi metto a scrivere questo articolo è estrema, dato il senso di mezzo-terrore-mezzo-chennoia che mi sale alla sola prospettiva di scrivere un articolo per Il Salice che riguarda l’essere vegani. Questo dal momento che ho quotidianamente discussioni complicatissime e contorte riguardo l’argomento sulle motivazioni concrete di una scelta tanto importante, su vantaggi, svantaggi e contraddizioni intrinseche. Ma oltre che le provocazioni e l’ottusità specista dei più, (che mi danno fastidio in una maniera inimmaginabile, se non l’avete mai provata) non posso far altro che accettare il tedio di queste eterne discussioni come una mia responsabilità.

Si può diventare vegani per vari motivi. La scelta solitamente nasce dal rifiuto di attingere al processo di sfruttamento degli altri esseri viventi, creando uno stravolgimento della scala gerarchica in cui ci poniamo nei confronti della natura, come se fosse solamente una risorsa a cui attingere, non un sistema, un organismo di cui noi ne facciamo parte. Garantire la dignità e il diritto di vita ad ogni organismo significa garantire, in primo luogo, la nostra stessa dignità. Queste solitamente sono le motivazioni. Il punto è che parecchi fanno predicozzi da disadattati, dando dell’assassino a caso. Non serve a nulla ed è solitamente delle persone che hanno bisogno di una “causa” con cui salire in cattedra. Però c’è un’ altra tendenza altrettanto stupida che sta prendendo sempre più piede, ovvero glamourizzare il fenomeno, generando così una strana creatura ibrida che sta all’ antispecismo come il boot camp sta ai marines.

Una recente iniziativa che ha portato a riflettere è la Veghip Week. Tutto ciò è organizzato da un’ organizzazione chiamata Equology, che ha sicuramente propositi lodevoli e che sviluppa strategie di marketing etico e comunicazione in un’ ottica di rispetto delle risorse ambientali e umane, il cui benessere individuale è rilevante ed assume valore solo se compatibile anche con il benessere collettivo. Quindi l’ intento è quello di promuovere la scelta Vegan. Le informazioni date dal sito sembrano piuttosto complete: tuttavia in questa manifestazione c’è un che di irritante già dal nome con l’associazione del termine “veg” a “hip” (infatti lo slogan è “be hip, be vegan”). “Hip” vuol dire figo, te la puoi tirare, la cosa più avanti del momento, insomma uno status passeggero per definizione. Ciò che oggi è hip, domani potrebbe essere superato, banale, e non è una modalità seria di mettere le persone davanti ad idee così rilevanti, che implicano uno stravolgimento radicale delle proprie abitudini quotidiane. Poi basta guardare ai locali dove si svolge l’ iniziativa, con il loro arredamento molto minimal rustico da bistrot berlinese. L’ estetica della green economy insomma, una decrescita chic fatta di banconi verniciati di bianco e menù scritti su lavagne. Tutto è riportato in un mondo fatto di una fasulla estetica alternativa da vip che spendono vagonate di soldi al NaturaSì.

Dispiace finire per essere così distruttivi verso qualcosa come la Veghip Week, che in realtà si pone obiettivi giusti e dimostra come si possano mangiare pietanze buonissime, senza ingollare in alcun modo cadaveri e secrezioni ghiandolari. Però così non funziona, come d’ altro canto non funzionano la vita ad impatto zero dei vip e le morali dei fricchettoni pulciosi. Bisogna cercare di dialogare con la vera quotidianità, non portare tutto su un piano fatto da un volto noto, che porta sicuramente visibilità, ma non c’ è nulla di più effimero.

Il Veganesimo sarebbe da diffondere come un comportamento il cui interesse primario è costruire una realtà più equa per l’ intero pianeta, oltre che a essere una dieta meno dispendiosa rispetto a quella onnivora (basti vedere il prezzo della carne in rapporto ai germogli di soia). Cioè accessibile a   tutti, non solo agli “hips”.

 

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