• martedì , 29 Settembre 2020

"IO MI DIVERTO DI PIù"

[box] «I problemi seri non sono i miei. Mi mancano dei pezzi e me li hanno riattaccati. Tutto qui» (Bebe) [/box]

Un pomeriggio con Bebe e Ruggero Vio è una chiacchierata con la vita. C’è un corpo stremato dal dolore e ai suoi “perché?” risponde la gioia, con una simpatia che ricorda quella di “Quasi amici”. Ruggero non ha dubbi: «Nasce tutto in casa». È l’amore che trasforma la sofferenza in energia. «Il nostro entusiasmo si autoalimenta durante il giorno facendo mille cose» spiega, e la sua piccola conferma: «al mattino scatto giù dal letto perché devo andare a divertirmi». Sorridere e combattere, vietato lamentarsi, parte il disco: «Dai, Bebe, basta. Smettila. La vita è una figata».

Ruggero è una forza della natura e sua figlia se lo tiene stretto («Quando si litiga a tavola noi due siamo sempre alleati»). A spasso per l’Olympic Park sono uno spettacolo, niente effetti speciali: Bebe ha grinta e coraggio, due occhi intelligenti, le paure di un adolescente. Ha quindici (intensi) anni e una famiglia super: la magia è tutta lì. Nella sua semplicità spariscono le cicatrici, meglio, non mettono a disagio: non è un’eroina, è una ragazzina che ha sofferto e lottato. Nel suo candore è nascosta l’amicizia con Pistorius, e rimane il problema della cartolina: «Mandane una a scuola!». «Papà ma mi vergogno, gli altri vanno alle Maldive e io a Londra, dai che figura…». «Ma sei impazzita? Sai cosa darebbero i tuoi compagni per l’autografo di Oscar?».

 Forse no. Però sa che cosa ha fatto il suo papà per presentarglielo, Oscar, e permetterle di gareggiare come lui.

 Il suo papà ha riunito un pool di ingegneri e insieme hanno progettato quattro protesi speciali per la scherma. Non esistevano prima e nessun altro le usa. Sì perché lei è l’unica al mondo…

 

I 104 GIORNI DI BEBE

«Bebe è un piccolo carroarmatino biondo» è la definizione calzante di Marco Berry che è un suo fan sfegatato e l’ha invitata a “Gli Invincibili”. Eppure non c’è giudizio che possa restituire la potenza della sua storia.

Beatrice Vio è nata a Venezia il 4 marzo del 1997 e vive con i genitori e i due fratelli, nei pressi di Mogliano Veneto. È un vulcano e dà il massimo in tutte le sue passioni: il disegno, gli Scout, la scherma. Mai un attimo ferma, e guai a farsi trovare da papà sul divano davanti alla Tv…

Il 20 novembre del 2008 Bebe ha undici anni, un forte mal di testa, la febbre, sembra influenza. Compaiono dei lividi, si vola al pronto soccorso. Dopo le prime incertezze il quadro è chiaro. Quattro possibilità su cento di salvarsi, cento e quattro giorni di ospedale, quattro amputazioni, settimane di camera iperbarica, trattamenti dolorosissimi. Papà Ruggero le spiega tutto, lei non ha dubbi «Se dopo starò bene tagliatemi le gambe», mamma Teresa è la roccia della famiglia, il fratellone Nico si occupa della sorellina. Il 4 marzo del 2009 Bebe ha dodici anni, una meningite alle spalle, un recupero lunghissimo davanti, il suo solito sorriso. C’è una torta di compleanno che la aspetta a casa e c’è anche il suo fioretto: non vede l’ora di tornare in pedana.

Bisogna adattare la carrozzina e inventare protesi speciali per le braccia che le permettano di impugnare l’arma. Mentre i suoi genitori fondano Art4sport lei inizia a fare sul serio: gareggia a livello internazionale e guadagna la maglia azzurra. Cresce l’interesse dei media verso di lei e il mondo dello sport (in primis Porcellato e Vezzali) si mobilita. Bebe porta in giro la sua causa (arriva fino a Bruxelles, ospite del Parlamento Europeo) e ottiene un posto da tedofora alle Paralimpiadi (corre a Westminster, a poche ore dalla cerimonia). Sky, le affida una rubrica: ogni giorno intervista un personaggio diverso, da Boris Johnson a De Pellegrin. Il 2 settembre è lei la telecronista dello sprint di Pistorius (200 m). A Rio sogna di correre come lui e vincere una medaglia nella scherma.

Facebook: Beatrice Vio Official Page.

 

 

PROBLEMI SERI

Bebe è la mascotte degli azzurri a Londra. In attesa di medaglie (si allena per il 2016) va a caccia di medagliati con la troupe di Sky.

Bebe, racconti Londra e sogni Rio?

Non ho sogni ho soltanto obiettivi. In Brasile vorrei correre (da qualche mese mi sono avvicinata all’atletica) e tirare.

E disegnare?

Perché no? Mi interessano le icone degli sportivi, ne ho già fatte un po’ per l’associazione. Se potessi lavorare ai simbolini delle varie discipline, quegli atleti stilizzati … proverò.

Da chi hai ereditato i geni dell’artista?

Da mamma e da sua madre, mia nonna. Sono loro le vere creative!

E il resto della famiglia?

Mio papà è un tornado e suo padre è come lui. Noi tre siamo ci assomigliamo molto. Con i miei fratelli litigo spesso ma siamo legatissimi, la piccola (Maria Sole) è una peste mentre Nicolò è il saggio di casa, sempre silenzioso. La più severa è la mamma, che ha le sue fisse e guai a contraddirla.

Anche tu hai le idee chiare.

Chiarissime. Se voglio fare una cosa non mollo fino a quando non ci riesco. Per le Paralimpiadi è andata così, portare la torcia sembrava impossibile a giugno, le pratiche erano già chiuse, ero partita troppo tardi. Poi ho rotto le scatole a tutti, sono stata fortunata e mi hanno chiamata per l’ultimo giorno. Straordinario.

Perché hai scelto le Paralimpiadi? Qualche sponsor ti avrà invitata alle Olimpiadi…

Infatti, e non era possibile seguire entrambe. Ho deciso di venire alle Para  perché sono più belle. Ci si diverte di più.

“Disabilità”: significato nel dizionario di Bebe.

Ognuno ha dei limiti. Anche io, si vedono.

Qual è la cosa che ti pesa di più?

Le scale. Faccio proprio fatica a salirle.

Bacchetta magica: hai un desiderio a disposizione, deve riguardarti direttamente.

Vorrei protesi per le gambe meno dolorose. Queste le odio, non riesco mai infilarle e mi danno fastidio.  

Bacchetta magica: una richiesta a una persona importante.

Al presidente della mia Federazione: organizzi più ritiri, mi piacciono tantissimo.

A scuola come va?

Sono contenta! Devo iniziare il secondo anno delle superiori e nel mio nuovo istituto, un liceo salesiano, mi trovo bene. I ragazzi sono simpatici, i prof anche. E poi c’è il mitico Don Pippo!

Chissà com’erano stupiti i tuoi compagni, quando si sono ritrovati una campionessa in classe. Conoscevano la tua storia?

All’inizio non mi hanno chiesto niente. Poi qualcuno è venuto a dirmi di nascosto “Sai che ti avevo vista agli Invincibili…”

Che cosa hai imparato dalla malattia?

A guardare più in profondità. Prima ero un po’ superficiale. E poi che i problemi seri non sono i miei. Mi mancano dei pezzi e me li hanno riattaccati.

E quali sono i problemi seri?

Quelli famigliari. Genitori divorziati, perdere il papà o la mamma: sono le cose tristi. A casa mia va tutto bene, sono fortunata.

Che cosa hai dovuto imparare dopo la malattia, per tornare a tirare?

Prima impostavo la mia azione soprattutto sul dinamismo, sulla velocità degli spostamenti. Ora sulla carrozzina ho solo le braccia, nuovi equilibri e tempi: le gare sono rapidissime. La mia tattica è rimasta la stessa: vado incontro al mio avversario, punto dritto al mio bersaglio. Mi sbilancio fuori dalla carrozzina per sferrare attacchi più incisivi.

È vero che hai battuto la Vezzali?

Diciamo che l’ho sfidata, ed ero avvantaggiata: lei non era mai stata sulla sedia! È fantastica. La numero uno per determinazione e voglia di vincere!

Chi metti sul podio dei tuoi campioni del cuore?

Oro: Francesca Porcellato (le voglio davvero bene). Argento: Pistorius. Bronzo: Zanardi. Poi Sarri, Cima (ndr: schermidori italiani) che sono matti quanto simpatici. Ma è difficilissimo pensare un classifica…

Hai citato il tuo Oscar… gira voce che abbia un debole per te.

Io ce l’ho per lui! È un mito. Lo capisco: anch’io vorrei diventare abbastanza forte da qualificarmi alle Olimpiadi.

Ruggero invece non è d’accordo. «L’impresa di Pistorius è storica ma non la condivido. È bello e giusto che le due manifestazioni rimangano distinte. Il posto di Bebe è alle Paralimpiadi ed è qui che vorrei che fosse felice».

 

 [learn_more caption=”Art4sport”]Art4sport è un’associazione onlus fondata nel 2008 dai genitori di Bebe. Si ispira alla sua storia: «Art4sport nasce per permettere ai bambini amputati di godere a pieno della vita grazie alla realizzazione dei propri sogni sportivi». Concretamente, chi si rivolge a loro viene aiutato nella scelta dello sport più adatto, inserito in una rete di assistenza (contatti, logistica ecc.) e poi sostenuto economicamente se necessario. Per questo l’associazione lavora ininterrottamente sulla raccolta fondi e sulla sensibilizzazione. Per contribuire e capire come farlo visitate www.art4sport.com [/learn_more]

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