• martedì , 24 Novembre 2020

“Le giuste domande” di Alex

«Si fanno tanti discorsi, ma le gare, un po’ come la vita, sono un fatto tecnico più che spirituale, concettuale». Pragmatico. Metodico. Determinato: Alex va dritto al bersaglio. «Miro sempre a vincere, non sono d’accordo con de Coubertin». La sua forza è nel sorriso, la sua energia nelle mani vigorose: quelle di chi costruisce il futuro con la dignità del lavoro e l’entusiasmo dei sogni.

 

Arrivi primo con qualsiasi mezzo. Qual è la tua formula magica?

Mi diverto. Mi piace quello che faccio. La passione è l’unico motore che porta lontano.

Però che fatica in allenamento.

Ma è quella la felicità: amare ogni momento del viaggio, ogni sforzo. Altrimenti arrivare non riempie. Il traguardo serve per coltivare l’ambizione, che non è negativa, ma non basta. È durante il cammino che ci possiamo sentire davvero realizzati.

Ogni tappa un nuovo punto di partenza.

Come con l’handbike: al mattino mi sveglio e penso che il giorno prima ho fatto un po’ di strada, ho imparato qualcosa che non sapevo. E che inizia un giorno per andare ancora avanti.

Lo sport è una metafora della vita?

Una metafora formidabile. «Che vuoi fare? Decidi un obiettivo e raggiungilo. Dovrai impegnarti moltissimo»: è il meccanismo di tutte e due le cose. Alle Paralimpiadi il valore metaforico è accentuato: gli atleti partono svantaggiati e devono lottare di più per ottenere risultati. Nelle competizioni sportive, a tutti i livelli, c’è la vita in miniatura e la si può affrontare continuamente. In Italia ci crediamo poco e sottolineiamo soprattutto l’aspetto di spettacolo. Mi sembra riduttivo, anche se riconosco il valore artistico dei gesti atletici.

All’estero come vanno le cose?

Meglio. Penso all’Inghilterra, rigenerata dalle Olimpiadi. Il messaggio dei Giochi (Inspire a generation, nello sport si impara a vivere) è stato veicolato con successo dalla perfetta riuscita della manifestazione e da una straordinaria campagna di comunicazione. Lì è stato pienamente recepito, in Italia meno. Siamo un po’ distratti.

Che cosa proponi tu per “ispirare” i ragazzi italiani?

Secondo me la scuola dovrebbe formulare un progetto sportivo per ogni studente. Esattamente come si insegna la matematica si deve educare allo sport.

Assumeresti un incarico istituzionale per portare avanti queste tue idee?

Non adesso sicuramente, tra qualche anno magari sì. Vorrei poter contribuire alla formazione dei giovani. Ho maturato qualche convinzione che mi piacerebbe condividere.

Che cosa insegna lo sport?

Un metodo: non esistono ostacoli insormontabili, si può superare tutto. Basta esaminare i problemi, ordinarli e affrontarli piano piano, con pazienza. In questo modo non c’è niente di troppo complicato. Niente di semplice, certo, ma lo schema è lineare. E vale nella vita: il bello è che quanto più ci si ingegna a trovare una soluzione eccezionale tanto più sarà grande la soddisfazione a problema risolto.

Com’eri tu a 18 anni?

Molto meno saggio. Spericolato, pronto a qualsiasi difficoltà per il mio sogno. Non potevo permettermi di fare il cretino in giro, dovevo allenarmi: mio papà tornava a casa alle otto e mi trovava in garage al lavoro (ho fatto la mia parte per avere il suo sostegno, eh). Sono stato anche un po’ folle, ma a posteriori posso assicurare che se uno ha un’ispirazione e la porta avanti… farà grandi cose.

Come sono i diciottenni di oggi?

Li incontro nelle scuole. Alcuni indifferenti, ad altri brillano gli occhi. Qualcuno mi confida che vorrebbe essere al mio posto. Ragazzi, sono io che invidio voi: le mie medaglie sono foto appese a un muro, mi emoziono a parlarne con gli amici, ma appartengono al passato. Voi invece non ha avete niente in mano. È ancora tutto da costruire…

Non è facile.

È più complesso di quanto sia stato per me. Oggi ci sono infinite possibilità e non sapete decidere. Quando ero ragazzo io i desideri erano quattro: o il calciatore, o il pilota, o l’astronauta. I secchioni provavano a diventare dottori. Niente di più!

Consigli per compiere la scelta giusta.

Siate curiosi. Guardatevi attorno, potreste scoprire che quello che sta facendo un altro accanto a voi vi piace tantissimo. E soprattutto ponetevi le giuste domande: il segreto sta nel sapersi interrogare. “Che cosa mi appassiona? Di che cosa ho bisogno per essere felice?”. Non scegliete il massimo, la soluzione perfetta, ma quella più adatta a voi. Quella in cui vi troverete meglio.

Esempi?

Durante la riabilitazione mi proponevano continuamente il ginocchio elettronico, l’invenzione che mi avrebbe cambiato la vita. Effettivamente si tratta di un prodigio dell’elettronica (e io credo tantissimo nella tecnologia), il top delle protesi. Lo valutai, lo confrontai con i miei obiettivi: non mi avrebbe aiutato a raggiungerli. Lasciai perdere e sono contento così. Altri nelle mie stesse condizioni lo adottarono, in modo miope, con un sacco sforzi inutili. Non commettete quell’errore.

15 settembre 2001…

La più grande opportunità che ho avuto. L’ho accolta come una prova, ho dato il massimo e ora eccomi qui. In fondo l’uomo ha bisogno di sfide per dare significato alla vita…

A che domande hai dovuto rispondere dopo l’incidente?

Ho provato a dare la giusta importanza alle cose. Mi chiedevano se sarei tornato in pista, lo auspicavo, ma la priorità era un’altra: riconquistare la mia autonomia. Lavarmi, muovermi, badare a me stesso. Sapevo che altri con la mia disabilità ci erano riusciti e volevo farcela anch’io. Ci ho messo un anno.

Un tuo amico racconta che un giorno era accanto a te in ospedale, tu eri annebbiato dai farmaci e il TG trasmetteva la notizia del brutto infortunio accaduto ad Hermann Maier. «Il quadro è tragico, si prospetta il rischio dell’amputazione dell’arto…» e tu, finito il servizio: «Poveretto!». Il tuo amico sconvolto: «Ti rendi conto di come sei messo?». Avevi appena perso entrambe le gambe. Lo sciatore forse non stava poi così male. Per te i problemi seri sono quelli degli altri?

Sì. Quelli della mia famiglia soprattutto e di mio figlio in modo speciale. Ha 14 anni e sono molto preoccupato che li viva bene. È un’età delicatissima.

Apri il tuo dizionario. Definizione di gioia.

Vedere che qualche cosa che pensavo impossibile si è realizzata: “Ce l’ho fatta!”.

Dolore.

Di fisico ne ho sofferto tanto, ma quello che non passa sono le perdite. Quando taglio il traguardo e dentro di me esplode la gioia, la festa si ferma per un attimo. Il pensiero vola a mia sorella e mio papà che non hanno visto le mie vittorie più belle. È un contrasto emotivo fortissimo.

Speranza.

Hai fatto il possibile e devi accettare quello che sarà. Come con mio figlio: gli ho dato gli strumenti. Adesso tocca a lui.

Chi sono i volti della speranza, nella tua vita?

Mia madre, mia moglie e mio figlio. Quando sono disperato e non so dove guardare… mi giro verso di loro. Ci sono sempre.

Ci sono invece migliaia di tifosi che sanno dove guardare e si girano verso di lui: Alex Zanardi, 46 anni, passione, domande e speranza.

Leggi qui il resoconto dell’incontro al Cinema di Sestriere.

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