• martedì , 27 Ottobre 2020

Del mio futuro

La scelta della facoltà universitaria è uno dei grossi problemi che assillano gli studenti dell’ultimo anno, insieme ovviamente a quello dell’esame di maturità che incombe minaccioso.

Si tratta di una scelta fondamentale per la vita di ciascuno, da fare in un tempo relativamente breve e in un momento in cui l’attenzione è tutta rivolta ad altro: alla scuola, ai programmi che sembrano non finire mai, alle simulazioni di terza prova, alle interrogazioni programmate, ai ripassi, ai recuperi, alla “tesina”. Tuttavia la difficoltà maggiore non è dovuta al carico di lavoro e al poco tempo a disposizione, ma al fatto che a questa scelta si arriva del tutto impreparati, sprovvisti di esperienza e di metodo.

Già, come si sceglie? Con che criterio? Da dove si comincia? Sappiamo tutto o quasi di Dante, di Kant, di Maxwell e di Darwin, ma di fronte alla vita ci scopriamo improvvisamente analfabeti.

Eppure anche se sprovvisti di strumenti adeguati siamo chiamati ad una scelta importante che in qualche modo condiziona il nostro futuro, la prima forse fatta in autonomia. Ma importante perché? La domanda non è banale, ed è bene rispondere: perché realizzare noi stessi, realizzare ciò che di bello e di buono desideriamo per noi, è l’obiettivo ultimo di tutta la nostra vita. Se riusciremo ad individuare la nostra strada e a percorrerla senza deviare, allora saremo felici e potremo dare il meglio di noi, e sarà un grande dono per l’umanità intera.

Con questo mio intervento vorrei provare a dare un aiuto a chi non ha ancora fatto la sua scelta o non ne è del tutto convinto, offrendo alcuni spunti di riflessione tratti da temi su cui ho a lungo lavorato negli anni della mia formazione P.R.H. (Personalità e Relazioni Umane, scuola di formazione e di ricerca www.prh.it  e www.prh-international.org ) e verso i quali come insegnante mantengo vivo il mio interesse.

Comincerei con l’osservare che anche gli adulti sono in difficoltà quando devono fare delle scelte e che spesso prendono delle clamorose cantonate; loro però hanno un aiutino in più perché possono appoggiarsi sull’esperienza passata e provare a leggerla, cercando di cogliere la direzione verso cui si sono incamminati; possono chiedersi se sono sulla strada giusta, se nel percorrerla hanno realizzato le loro aspirazioni profonde, se le scelte passate li hanno resi felici; possono chiedersi dove li porta la decisione che si apprestano a prendere. I giovani invece dispongono di una esperienza limitata, hanno poco materiale da consultare e questo rende le cose molto più complicate.

Ma qualcosa da osservare c’è. Partirei dalle aspirazioni.

Cosa sono? Sono «la voce dell’essere», cioè della parte più profonda della persona, sono la voce delle potenzialità (attitudini, capacità) che possediamo, che come vulcani sommersi spingono dal fondo dell’oceano per emergere in superficie. Le aspirazioni ci dicono chi siamo e a cosa siamo chiamati e per questo è importante ascoltarle. Se avete dei sogni nascosti in qualche cassetto è il momento di tirarli fuori, anche se possono apparire folli, irrealizzabili, impresentabili.

Questo è un invito che vi ha già rivolto il prof. Bruno, nel suo intervento a inizio anno. Ora però vi chiederei concretamente di prendervi un po’ di tempo per mettervi in ascolto delle vostre aspirazioni, lasciando che si rivelino e occupino tutto il loro spazio; poi vi chiederei di provare a descriverle per scritto, cercando le parole giuste, quelle che dicono esattamente cosa sognate per voi e per il vostro futuro, ma anche cosa vivete durante questo ascolto; cercate di utilizzare la vostra testa per comprendere ciò che sentite e non per elaborare fantasie o inseguire ambizioni. Le aspirazioni sono inconfondibili: nascono dal profondo, durano nel tempo, si accompagnano a sensazioni di calma e di serenità, ci aprono a qualcosa di più grande.

Poi guarderei se ci sono persone che in qualche modo mi affascinano, mi attraggono: persone che conosco direttamente, come amici o parenti, o indirettamente, tramite letture, televisione, internet. Proverei a chiedermi che cosa di loro suscita il mio interesse, la mia empatia: il modo in cui si relazionano con gli altri? Le loro scelte di vita? I loro valori? Che cosa esattamente? Perché se provo attrazione per qualcuno è perchè tra me e lui vi è una somiglianza interiore, «un’affinità d’essere» e forse la sua strada potrebbe anche essere la mia. Le vocazioni non nascono dall’imposizione di modelli ma dalla scoperta di affinità interiori.

Resto ancora sul piano delle aspirazioni e degli ideali, chiedendomi se in passato, in qualche occasione ho mostrato determinazione, se cioè ho vissuto situazioni nelle quali sono stato in grado di mobilitare le mie risorse fisiche e intellettuali per raggiungere un obiettivo. La determinazione è qualcosa di diverso dal puro sforzo di volontà (a cui ricorriamo per fare le cose che non ci piacciono); la determinazione è una spinta che nasce da dentro e ci rende capaci di affrontare anche grandi carichi di lavoro, ma senza imposizioni, serenamente. Questo però non avviene sempre e davanti a tutto: siamo determinati di fronte ad un obiettivo che ci sta a cuore, di fronte a qualcosa che è importante per noi. Dunque mi chiedo: per quale obiettivo sento di possedere energie? Per cosa mi spendo volentieri?

Queste riflessioni possono costituire un primo passo verso l’individuazione del nostro «agire essenziale», cioè di quell’agire che ci corrisponde e che con l’avanzare degli anni si presenta sempre più come irrinunciabile ai fini della nostra realizzazione. È una strada lunga, che richiede ascolto del proprio mondo interiore e docilità ai suoi inviti, ma che potrebbe anche cominciare qui, ora.

Provo adesso ad indirizzare l’attenzione sulle potenzialità e sui limiti che mi caratterizzano.

Le potenzialità innanzitutto, le mie qualità, le mie attitudini, i miei talenti. Tutti ne possediamo. Provo a scavare nel mio giardino per disseppellire tutto ciò che mi appartiene. Non è un lavoro facile: so per esperienza che i giovani lo svolgono con fatica e compilano elenchi brevi, poveri, lacunosi, come se non possedessero nulla.

Per cominciare posso provare ad elencare le qualità che già conosco di me, le cose in cui mi considero bravo; ad esempio: ho fantasia, intuizione, abilità manuali, capacità organizzative, doti atletiche, ecc. Nello specifico posso osservare in quali ambiti la mia intelligenza si trova più a suo agio: nel mondo dei numeri? Dei ragionamenti astratti? Dei testi scritti? Dei problemi pratici? Mi chiedo se ho buona memoria, cosa ricordo facilmente e cosa no: formule? Parole? Immagini? L’esperienza scolastica può aiutarmi in questa ricerca.

Una via indiretta per rendermi consapevole delle mie capacità può essere quella di farmi attento a ciò che gli altri dicono di me. Le persone che mi sono più vicine possono talvolta trasformarsi in specchi e riflettere le mie qualità. Mi chiedo allora cosa dicono di me i miei amici, i miei compagni, i miei familiari. Cosa mi riconoscono?

Posso però anche tentare un approccio meno analitico, basato sulla percezione che ho di me quando affronto un lavoro. Mi chiedo: quando e di fronte a cosa mi sento sicuro, non dubito delle mie capacità? Quando mi occupo di numeri e di formule? Quando scrivo? Quando sono davanti a un computer?

Vado ancora più a fondo cercando le cose che faccio con poco sforzo, o addirittura volentieri, in ambito scolastico e non: la matematica?  Le traduzioni? I temi? Le piccole riparazioni in casa? A volte sottovalutiamo le cose che ci costano poca fatica perché le consideriamo di scarso valore  e finiamo per ignorare realtà macroscopiche. Provo allora a fare l’elenco delle cose faticose, difficili, quelle che mi richiedono molte energie, e poi di quelle facili, che faccio con poca fatica, quasi senza accorgermene.

Proseguendo sulla stessa strada osservo se vi sono cose che oltre ad essere facili mi procurano, piacere, soddisfazione. Anche questa è una buona pista di indagine. Arrivo così ad osservare i miei interessi. Lo faccio prendendo in considerazione tutti gli ambiti nei quali mi muovo: volontariato, sport, tempo libero, gioco, letture, spettacoli, ecc. Anche su questo è già intervenuto il prof. Bruno: a volte possono venire indicazioni importanti da interessi estranei al mondo della scuola e apparentemente futili.

Devo però valutare il mio interesse soprattutto nei confronti dei corsi universitari e delle possibili future professioni. Posso partire dalla conoscenza indiretta che ho di questo mondo attraverso le informazioni che ho potuto raccogliere partecipando alle conferenze di presentazione organizzate dalla scuola o dalle singole facoltà, o dalla testimonianza di genitori, parenti o amici; ma posso anche parallelamente osservare l’interesse che provo per la realtà che mi circonda: mi interessa la forma delle cose o il loro funzionamento? Mi interessano le leggi che regolano i rapporti tra le persone, il diritto, l’economia? Sono interessato ad una professione che mi metta in condizioni di aiutare gli altri? Ma in che modo? In quale ambito? Sono interessato allo studio, all’approfondimento, alla ricerca o piuttosto all’esercizio di una professione? Alla teoria o alla pratica?

Osservo adesso la mia vita di relazione per comprendere meglio quali sono le mie attitudini anche in questo ambito: comunico facilmente? Sono bravo a parlare o mi esprimo con difficoltà? Ho attitudine per le lingue? Preferisco lavorare da solo o in gruppo?  Mi piace stare in mezzo alla gente?

Cerco infine di individuare i miei limiti, perché, è inutile dirlo, non siamo fatti per tutto. I limiti sono qualcosa di costitutivo, di non modificabile, di invalicabile, non dipendono dalla volontà e dall’impegno, tentare di superarli comporta un inutile e costosissimo dispendio di energie; i limiti sono qualcosa da accettare. Ovviamente non tutte le difficoltà che posso incontrare rappresentano un limite. La timidezza ad esempio non lo è  (perché in qualsiasi momento posso provare a pormi di fronte agli altri in modo diverso, posso “osare”), ma non aver un braccio invece sì, e devo tenerne conto se decido di fare il muratore o il chirurgo. Dunque quali sono le cose che non sono in grado di fare? Le cose che mi riescono male? Le cose per cui non sono proprio tagliato? Ne faccio l’elenco, ma senza troppo rammaricarmi. Il mio giardino è sufficientemente ampio e ricco da non farmi desiderare ciò che non mi appartiene.

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