• martedì , 20 Ottobre 2020

Pino Puglisi, martire dell'antimafia

Nel pomeriggio di venerdì 17 maggio un gruppo di stoici studenti si sono riuniti nel parlatorio di Valsalice per incontrare due personalità di rilievo nell’ impegno mafie.

Stiamo parlando di Augusto Cavadi e Lilli Genco: il primo, filosofo e scrittore palermitano, la seconda, giornalista e sua collaboratrice.

Frutto del loro lavoro è il libro “Il mio parroco non è come gli altri. Docu-racconto su Don Pino Puglisi” dedicata alla figura del sacerdote assassinato dalla mafia il 15 settembre del 1993, a cui è seguito “Beato fra i mafiosi” .

 

Padre Pino Puglisi (“PPP”come era solito firmarsi) svolgendo la sua attività di sacerdote nel problematico quartiere di Brancaccio a Palermo, ha perso la vita perchè, a differenza di altri, predicava i valori cristiani in cui credeva, senza accettare forme di interferenza mafiose ed educando i giovani ai principi della legalità. La sua morte, avvenuta vent’anni fa, ha portato oggi ad un processo di beatificazione. Tale riconoscenza segna una svolta. Fino ad ora mai una vittima di mafia aveva ricevuto un titolo di “martire”: osì facendo la chiesa prende una posizione ancora più netta nel condannare questo sistema.

 

Fin da subito Cavadi ha voluto darci una chiara definizione di cosa realmente sia il fenomeno mafioso. Nel nord Italia il suo manifestarsi non è evidente nella vita di tutti i giorni, nelle nostre strade non assistiamo a regolamenti di conti e faide tra famiglie, ma ciò non significa che non condizioni anche le nostre vite.

Giovanni Falcone paragonò la lotta alla mafia ad una corrida: nell’arena troviamo toro e torero, antimafia e mafia, mentre sugli spalti la maggioranza dei presenti si limita ad osservare, dicendosi equidistante dall’uno come dall’altro, incapace di dare un giudizio. Forse senza capire appieno il peso delle proprie parole.

Questa realtà ha una vera e propria data d’inizio, che coincide con quella dell’unificazione italiana, il 1861. All’alba dell’Italia unita, i latifondisti lasciarono ad alcuni piccoli borghesi il potere di gestire il territorio, forse non rendendosi conto che il cambiamento storico li aveva già condannati alla rovina. Nei loro confronti i borghesi erano soltanto tenuti a pagare un’ imposta di denaro, mentre il loro controllo sui contadini era totale, e supportato da vere e proprie truppe militari. In questo contesto nasce la mafia, come una cosca segreta e dilaga poi radicandosi sempre di più.

La mafia tuttavia non dev’essere creduta un’ espressione del buio, probabilmente inestirpabile, che c’è in ognuno di noi, bensì, come disse Falcone, come un fatto umano, che in quanto tale “ha avuto un inizio e avrà una fine”.

Inoltre un elemento su cui si è concentrata l’attenzione del relatore è il fatto che la politica abbia per lungo tempo ignorato l’incidenza del fenomeno, permettendo così che le istituzioni venissero contaminate. A tal proposito sono presenti diverse sentenze giudiziarie che dimostrano che fino agli anni ’80, la direzione del partito di maggioranza italiano ha avuto relazioni con la mafia.

Come sostiene Cavadi stesso :”Quando il Governo Nazionale è inquinato dalla mafia a risentirne

è tutta l’Italia ed è proprio questa indifferenza che permette che l’Italia precipiti”.

Ma allora cos’è la mafia? A cosa aspira?

É un’ associazione criminale composta da “ cinquemila persone” in Sicilia: considerato che la popolazione della regione conta cinque milioni di abitanti, è incredibile osservare come un numero così esiguo, possa condizionare a tal punto l’andamento del paese intero.

Ciò è spiegabile innanzitutto attraverso la compattezza e l’efficienza nel perseguire i propri obiettivi che ruotano attorno al guadagno e a posizioni di potere.

Il metodo è duplice e Cavadi lo definisce “della carota e del bastone”: il primo non si basa affatto sulla violenza o l’intimidazione. Al Sistema conviene che il privato cittadino non lo tema, ma ricerchi i suoi servizi, che spaziano da forniture di prodotti a basso costo, manodopera sottopagata fino alla “protezione” che si può osservare in qualsiasi film sul tema.

La reciproca convenienza difatti è alla base del rapporto tra mafia e cittadini, tra mafia e Stato e in alcuni casi anche con organizzazioni ecclesiastiche. Tanto è vero che, durante le processioni patronali al sud, in prima fila camminano sempre boss, sindaco e parroco.

La mafia è stata erroneamente definita “anti-stato”. Al contrario ciò che ricerca principalmente è la compagnia, o meglio, la connivenza dello Stato. Al riparo nelle istituzioni riesce infatti a ottenere ciò a cui punta.

Il secondo subentra solo quando viene rifiutata la collaborazione, allora l’organizzazione non si fa scrupoli a fare violenza armata, contro il piccolo imprenditore, o contro lo Stato stesso.

Questo sistema, nel corso degli anni con l’azione di abili uomini di legge e con l’aiuto dei pentiti si è dimostrato permeabile, segno che ogni intervento può veramente valere.

Così disse il giudice Falcone: “Possiamo sempre fare qualcosa: massima che andrebbe scolpita sullo scranno di ogni magistrato e di ogni poliziotto.”

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