• lunedì , 25 giugno 2018

Squilibri: I dolori del giovane Werther

Commentare un libro è sempre un’impresa ardua. Anzitutto perchè bisogna avere la presunzione per farlo, la presunzione di commentare il lavoro di chi ha messo anima e corpo, passione in ciò che scriveva. E poi in secondo luogo già quelli che leggono non è che sbuchino da tutte le parti… figuriamoci poi quelli che hanno voglia di conoscere anche le recensioni fatte da qualche “wanna be” critico letterario.

In questo caso il timore di peccare di hybris è ancora più alto perchè ad essere commentato è un capolavoro di fine Settecento che può a pieno titolo definirsi il primo bestseller della storia europea. Tradotto in una marea di lingue, letto ben sette volte da Napoleone, talmente venduto e amato da lasciare dietro di sè letteralmente una piccola stirpe di cloni del suo protagonista. Parliamo di tanti, ma proprio tanti giovani piccoli Werther. Lo stile, il triste finale e anche il modo di parlare sono elementi che sarebbe limitante definire semplicemente poetici: l’incontrollato dilagare del “wertherismo” non ha dato vita solo ad una serie di imitazioni (di cui possiamo citare le foscoliane “ultime lettere di Jacopo Ortis”), ma ad una serie sfrenata di suicidi sulla falsa riga del giovin signore protagonista.

 

Una delle prime copie del libro

 

 

Werther è un ragazzo benestante di circa vent’anni che ancora può permettersi di trascorrere le giornate a passeggiare, a fare nuove conoscenze e a ballare. Prima di iniziare una delle sue tante dilettevoli soirée, incontra Lotte, dama dalle sembianze e dai modi di fare angelici già promessa in sposa. Nonostante ciò, il nostro titano decide comunque di farsi trasportare dai sentimenti, dall’amore e dalla passione mettendo da parte la razionalità. Per carità, a volte funziona. A volte no. E questa drammatica storia rientra nei casi sfortunati. Centoquaranta pagine di lettere dai contenuti fortemente poetici, che si interrogano sul senso della felicità, da cosa essa dipenda, cosa essa comporti, se sia vera o falsa e sull’oscuro motivo per cui Dio talvolta scelga di privarcene. Werther scopre a sue spese che ci sono situazioni su cui non si ha potere: non può nulla su Lotte, nè sul di lei promesso sposo. Il dramma non sta nel suo amore non corrisposto, ma in lui stesso, che è causa delle sue stesse sofferenze interiori, del suo male e di quella che è diventata una vera e propria ossessione. Il rifiuto definitivo di acconsentire a questo amore impossibile conduce il protagonista a trovare pace esclusivamente in un sonno eterno. L’apoteosi dell’amore culmina quindi in un suicidio.

Un’opera puramente sentimentale, il cui stile aulico e passionale soddisfano i gusti di pochi estratti da un pubblico comune all’incomprensione, che però è concorde nel considerarlo un indiscusso capolavoro della letteratura.