• mercoledì , 23 Settembre 2020

Il DNA non è in vendita

Marta è una donna di mezza età con un marito e un figlio che le vogliono bene, Marta lavora in banca ed è soddisfatta del proprio impiego, Marta è malata di cancro al seno.


Oggi, dopo essersi seduta al bar per fare colazione, ha iniziato a sfogliare il quotidiano che ormai legge da anni. Le lettere in grassetto in prima pagina recitano così: “Sentenza della Corte Suprema Usa: la natura umana non si brevetta.” La curiosità, o forse il suo subconscio, l’ hanno spinta a continuare la lettura dell’articolo. Il terzo grado di giudizio statunitense ha stabilito che il DNA umano non  può essere brevettato, ovvero non è coperto da diritti di proprietà intellettuale, in quanto, scrive la Corte nella sentenza, “l’azienda Myriad ha isolato i geni, ma non è stato inventato nulla“. A sollevare il problema era stata la denuncia dell’ Association for Molecular Pathology ai danni della Utah Myriad Genetics, che aveva brevettato i geni Brca1 e Brca2, di cui aveva individuato la collocazione e studiato le mutazioni. Questi due geni determinano la predisposizione di una donna rispettivamente al tumore al seno ed alle ovaie. Riga dopo riga, Marta ha sentito tornare, dopo tanto tempo, la vita dentro di sé. Ha visto trionfare un diritto suo e di tutti gli altri malati: nessuno può appropriarsi di una parte di noi per gestire in via esclusiva la ricerca scientifica, avendo come unico scopo il lucro (il costo di un esame di controllo è di 3340 dollari ed ogni anno circa 250mila donne si sottopongono ad esso). Marta ha anche accennato un sorriso leggendo lo scambio di  opinioni tra gli avvocati della Myriad e il presidente della Corte John Roberts: i legali affermavano che isolare un gene fosse come dar vita ad una mazza da baseball da un ramo di un albero; Roberts aveva ribattuto metaforicamente che tagliare un ramo non significa dar vita ad una mazza, la quale deve ancora essere inventata. La sentenza non ha tuttavia decretato la totale sconfitta della Myriad: negli ultimi giorni, infatti, i suoi titoli sono cresciuti del 2,5% in borsa e l’azienda si è vista riconoscere ufficialmente il brevetto di alcuni geni sintetici, ritenuti vere e proprie invenzioni. 

Ora Marta si ricordava perchè il nome Brca1 non le era sembrato estraneo, si era imbattuta in esso leggendo, qualche settimana prima, della mastectomia effettuata da Angelina Jolie per diminuire il rischio di cancro al seno. All’improvviso si ricordava anche dell’odio provato per la celebrità di Hollywood, le cui paure interessavano tutti e la cui rivelazione sembrava più importante della crisi finanziaria. Non accettava il fatto che l’attrice, con del becero denaro, avesse risolto ogni problema; lei, invece, sfidava duramente la malattia ogni singolo giorno della sua vita, ma non sembrava importare a nessuno.

Marta non combatte solo per se stessa, ma anche per suo figlio, per il futuro, in cui crede ed in cui ripone tutte le speranze. Marta non è una donna reale, rappresenta tutte le donne affette da tumore che si ribellano alla malattia e che oggi hanno ottenuto una grande vittoria

La medicina si sta sempre più orientando verso il settore personalizzato, ma la sentenza di questi giorni ha segnato un passo epocale in tale ambito: nonostante scoraggi le aziende nell’isolamento dei geni, le sprona ad inventare nuovi rimedi ed apre la possibilità di ricerca a tutte, stimolando il confronto. Il problema non è comunque risolto; l’alto costo delle cure mediche non garantisce a tutti le stesse opportunità.

La rivoluzione non deve però partire dal settore medico, ma da quello sociale; la stessa etica della gente deve subire un mutamento. Quando ci sarà una Marta in ogni famiglia sarà troppo tardi.

Per un approfondimento consigliamo l’articolo uscito su Tuttoscienze.

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