• sabato , 26 Settembre 2020

Bruno Caccia, l'importanza del ricordo

La Città di Torino nei giorni scorsi ha commemorato un suo importante cittadino. A trent’anni dall’assassinio per mano della ‘ndrangheta il Procuratore della Repubblica Bruno Caccia è stato ricordato in varie sedi e in modi diversi.

Innanzitutto una tre giorni di  musica e parole organizzata dall’associazione Libera contro le mafie di don Ciotti a San Sebastiano Po, in quella Cascina Caccia confiscata dallo Stato proprio alla famiglia di Domenico Belfiore, in carcere come mandante dell’omicidio.

Poi, il 26 giugno, la ricorrenza dell’assassinio, la Circoscrizione 8 insieme con il Centro Pannunzio ha organizzato un ricordo in via Sommacampagna, dove è accaduto il fatto. Anche al Palazzo di Giustizia, intitolato al magistrato, il Procuratore Generale Marcello Maddalena e il Presidente della Corte d’Appello Mario Barbuto hanno ricordato il collega raccontandone la carriera e la figura umana e professionale.

Non è mancato l’omaggio della Città. Nella Sala Rossa del Municipio, nello stesso giorno, si è tenuta una cerimonia ufficiale con il Sindaco Piero Fassino alla quale sono intervenuti anche il Procuratore della Repubblica di Torino Giancarlo Caselli, e alcuni esperti, che hanno affrontato il discorso dei punti ancora in ombra del caso Caccia, sostenendo che dietro ad un omicidio eccellente, l’unico di un magistrato nel nord Italia, ci sia altro rispetto alla decisione di un singolo capo clan calabrese.

La giornata si è conclusa alla Fabbrica delle “e” di Libera, dove alla sera è stato proiettato il documentario, girato dall’associazione, “Bruno Caccia: una storia ancora da scrivere“, e Nicola Tranfaglia ha presentato il suo libro “Bruno Caccia il giudice dimenticato”.

A chiudere la serie di commemorazioni, il giorno seguente è stato Roberto Saviano, in un appuntamento – ancora a Palazzo di Giustizia – dedicato al tema delle mafie al Nord. Affiancato dai giudici Caselli e Barbuto, l’autore di “Gomorra” ha riconosciuto in Caccia un vero “padre fondatore della lotta alle mafie“, proprio perché, con trent’anni di anticipo, ne aveva già capito l’ingerenza nelle nostre zone. A tutti gli appuntamenti hanno partecipato i figli e i nipoti del procuratore Caccia, che in alcuni interventi hanno ricordato il padre nell’ambito famigliare, testimoniandone la semplicità con cui affrontava il proprio dovere.

La speranza ora, mentre i figli chiederanno la riapertura delle indagini alla ricerca di una verità più completa sull’assassinio, è che il nome di questo martire della giustizia non venga di nuovo dimenticato. Torino anzi, deve essere consapevole che qui ha vissuto e operato per il bene comune un cittadino che ha pagato con la vita la sua intelligenza professionale, la sua capacità e il suo impegno nella lotta contro il crimine.

Chi era Bruno Caccia?

 Bruno Caccia nasce a Cuneo il 16 novembre 1917. Dopo aver conseguito la laurea magna cum laude  nel 1939 e nel 1940 la laurea in scienze politiche, nel 1941 inizia la sua carriera e diventa presto sostituto procuratore al tribunale di Torino, dove rimane fino al 1964, quando ottiene la carica di Procuratore della Repubblica di Aosta, città in cui si ferma fino al 1967. Quell’anno torna a Torino, come sostituto alla Procura Generale, e dal 1980 presiede la Procura della Repubblica. Si occupa di indagare sulle violenze che seguivano gli scioperi del periodo, e in seguito avvia le indagini sui capi terroristi delle Brigate Rosse e sui traffici della ‘ndrangheta nella regione, indagini che furono così decisive da condurlo alla morte.

Bruno Caccia muore il 26 giugno del 1983, una domenica. Congedata la scorta, a tarda sera lascia Carla, la moglie, e Cristina, la figlia, a casa per uscire a portare a spasso il cane, e tornando, in via Sommacampagna, viene avvicinato da un’auto dalla quale partono 14 colpi di pistola. Uno dei due assassini a bordo scende e ne spara altri 3 per accertarsi di avere ucciso il Procuratore.

Sono avviate le indagini e subito si pensa alle Brigate Rosse, anche a causa di una falsa telefonata di rivendicazione, ma la svolta avviene quando Francesco “Ciccio” Miano, boss del clan dei catanesi, in carcere, decide di collaborare. Attraverso i servizi segreti, Miano riesce ad ottenere importanti rivelazioni dallo ‘ndranghetista Domenico Belfiore, il quale dice “per l’omicidio Caccia dovete ringraziare solo me”. Secondo Belfiore il motivo principale dell’omicidio era dovuto al fatto che “con il procuratore Caccia non si poteva parlare”.  

Domenico Belfiore viene condannato all’ergastolo nel 1993 come unico colpevole dell’assassinio.

Recentemente, grazie anche a processi in corso come quello detto “Minotauro” di Torino, sono emersi nuovi indizi che si possono ricondurre al caso; anche per questo i figli chiedono che le indagini vengano riaperte per conoscere tutta la verità.

 

 

 

 

http://liberapiemonte.it/

http://www.comune.torino.it/ucstampa/comunicati/article_436.shtml

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