• martedì , 27 Ottobre 2020

TOC TOC…CHI E'? "ROMAGNA SOLATIA, DOLCE PAESE"

Mezzogiorno. Non un filo di vento, non un’ anima viva, solamente, in lontananza, un coro di allegre canzoncine infantili, eco dell’asilo dietro l’angolo: sono i bambini di San Mauro,  San Mauro Pascoli. Nella campagna romagnola, immersa in un lussureggiante giardino, fra le mimose rosa e l’erba cedrina, casa Pascoli ci attende; una nuova storia tutta da raccontare. Chissà,  se i muri potessero parlare, se quella cucina, coi suoi tegami antichi, se la culla dove riposarono gli otto rampolli della famiglia, potessero renderci partecipi di cio’ che accadde qui, molto tempo fa.

Giovanni Pascoli nasce il 31 dicembre 1855 a San Mauro di Romagna, presso la casa materna. Qui trascorse la sua prima giovinezza. La spensieratezza tipica della gioventu’ fu spezzata definitivamente dalla morte del padre Ruggero, amministratore de “La Torre”, tenuta dei principi Torlonia di Roma; il mandante non verrà scoperto e la famiglia, ora in lutto, si raccoglie intorno alla figura materna. Poco tempo dopo, a breve distanza, seguiranno le morti della primogenita Margherita, della madre Caterina e, qualche anno a seguire, del fratello Giacomo, ormai divenuto capofamiglia.

Succederanno anni duri per la famiglia Pascoli. Giovanni, che era stato costretto ad abbandonare il Collegio ove studiava a causa delle ristrettezze economiche familiari, nel 1873 vince una borsa di studio presso l’università di Bologna, ove conobbe il suo mentore, Giosuè Carducci. Seguirono l’arresto e l’incarcerazione per la partecipazione ad una manifestazione politica, anni di avvicinamento al socialismo e, a quasi trent’anni, la laurea. Costretto nel frattempo a vendere l’amata casa natale, Giovanni acquisterà una villa a Castelvecchio, dove vivrà con la sorella Maria fino alla morte, avvenuta il 6 aprile 1912.

Con l’inizio del Ventesimo secolo il poeta va affermandosi sempre piu’ sul panorama culturale italiano, rivestendo cattedre a Messina, Pisa e chiamato a succedere al maestro a Bologna.

L’autore si è dimostrato, in conclusione, un degno allievo.

Nel 1932 apre il museo Casa Pascoli, monumento nazionale dal 1924. Rosita Boschetti, la curatrice del luogo, trasporta i visitatori nell’atmosfera di centocinquant’anni fa, nelle stanzette dove il noto poeta muoveva i suoi primi passi.

Come è possibile descrivere il rapporto fra Pascoli e Carducci?

Innanzitutto questi due nomi sono simbolo di due mondi diversi: Giovanni è già, con D’Annunzio, proiettato in avanti, nella piena rottura con la tradizione che caratterizza il Novecento. Inoltre, come sempre fra grandi titani, lo scontro era inevitabile, nacque fra i due la tipica rivalità che scorre fra un maestro che teme di vedersi offuscato dal proprio discepolo, di cui riconosce, tacitamente, la grandezza, e l’alunno che vorrebbe sentirsi continuamente lodato.

Pascoli è novità: è moderno anche nel linguaggio, meno aulico nei suoi termini piu’ quotidiani; si serve, nelle sue poesie, di fonosimbolismi e tecnicismi; nelle tematiche è maggiormente vicino alla gente. Gianfranco Contini, in una conferenza per il centenario dalla nascita, lo descive come il primo grande intimista che si fa portavoce di sentimenti universali.

Come è sentita in paese la presenza della casa?

La volontà del comune è quella di creare un centro documentaristico pari a quello di Castelvecchio, incentrato, pero’ su tematiche inedite. Per questo motivo ogni anno casa Pascoli propone una mostra: in questo momento gli amori del poeta sono al centro della nostra esposizione, mentre, fino a poco fa, l’assassinio di Ruggero, il cui mandante fu scoperto solamente due anni fa, era l’argomento.

Non è comunque, in generale, ancora sentito l’orgoglio di vivere nel paese reso celebre da Giovanni Pascoli; si palesa, al contrario, una certa lontananza. Nonostante cio’ le visite annuali sono circa 10’000, provenienti, prevalentemente, da tutta Italia. Si cerca di sensibilizzare la popolazione con svariate proposte, cene o esibizioni teatrali.

Qualche aneddoto particolare sulla casa?

Al primo piano si trova l’originale della lettera all’amico bolognese Ferrari, che non aveva mai visitato la Romagna. Pascoli descrive i profumi, i colori della terra natia e, alla pubblicazione dell’epistola in poesia, con il titolo “Romagna”, nacque una disputa con D’Annunzio. Colui che incoronerà poi Pascoli come il poeta italiano piu’ grande dopo Petrarca lo accusa di essersi inventato una pianta, la mimosa rosa, che chiunque puo’ invece ammirare nel giardino antistante l’edificio.

Che immagine ha lei di Pascoli?

 L’etichetta di poeta ombroso e lacrimevole che si riscontra nelle antologie non è in realtà veritiera: la biografia pascoliana fu, infatti, filtrata dalla sorella Maria, che gli sopravvisse quarant’anni.

Fino all’età di trent’anni, Giovanni esterno’ la propria indole ironica e colma di interessi: era un uomo che per le proprie esperienze di vita era vicino alla gente. Aveva provato la prigione, la fame, l’ingiustizia e l’omertà:  la sua esistenza ruoterà infatti intorno alla volontà di riscattare il padre.

All’età di trent’anni le due sorelle rimastegli lo “richiamarono all’ordine” agendo sui suoi sensi di colpa: non egoista, bensi’ protettivo, il Pascoli si senti’ in dovere di sacrificare le proprie pulsioni per ricreare un nido in cui rivivesse la spensieratezza della giovinezza perduta.

Pascoli fu pero’ soffocato dalla sorella Mariu’; i suoi anni piu’ belli furono quelli passati a Messina, da seduttore di donne che cadevano ai suoi piedi attratte dalla sua sensibilità e dal suo innegabile fascino di poeta.

Don … Don … E mi dicono, Dormi!

 mi cantano, Dormi! sussurrano, 

 Dormi! bisbigliano, Dormi!

là, voci di tenebra azzurra …

Mi sembrano canti di culla,

che fanno ch’io torni com’era …

sentivo mia madre … poi nulla …

 sul far della sera.

                                                                 (G.Pascoli, “La  mia sera”, vv. 33-40)

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