• lunedì , 30 Novembre 2020

Un uomo

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“Se per vivere, o libertà, chiedi come cibo la nostra carne, e per bere vuoi il nostro sangue e le nostre lacrime, te li daremo. Devi vivere.”

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Queste le parole scritte col sangue, ancora caldo, sulle pareti della sua cella di un metro e mezzo  per tre, nella prigione di Boiati da Alexandros Panagoulis,(2 Luglio 1939-1 Maggio 1976), detenuto politico e martire della libertà.

Vive e lotta nella Grecia del “Regime dei Colonnelli”. Siamo nell’Aprile del 1967 e una forza militare anticomunista guidata dal Gerogios Papadopolous sale al potere con un colpo di stato, spodestando elegantemente il re Costantino II.  Soprusi e violenze da parte di questi “salvatori della nazione” lasciarono ovunque scie di oppositori, radunati nel Movimento di Resistenza Greca.

A  capo di questo proprio lui, Alexandros; Alekos per amici e poliziotti . Sguardo audace e sorriso beffardo perennemente stampato e nascosto dietro a folti baffi corvini. L’infanzia trascorsa tra le tiepide mura familiari, spesso colpite dalle raffiche incalzanti dei bombardieri (“tempeste di fuoco”) forgia corpo e spirito di Alekos. Si insinua infatti  nelle pieghe lacerate del suo animo sofferente, una forza titanica da fare invidia ad Eracle.  Per questo cova odio profondo e insanabile verso  le viltà dei Tiranni (nomina certo più sincera rispetto a “colonnelli”), odio che raggiunge il culmine con la morte improvvisa del fratello maggiore Georgios, vittima del Regime.

Questo tragico  episodio, sommato alle convinzioni democratiche e alle ingiustizie subite dalla popolazione, ignara ed innocente, porta Alekos nel torrido Agosto del ’68 ad attentare alla vita di Papadopolous, rintanato in una  lunghissima limousine. Attacco fallito. Poche ore dopo il mancato eroe omicida, legato da gelide manette, viene rinchiuso in “gattabuia” e condannato a morte (condanna che non verrà mai concretizzata nell’inutile illusione di non fare del prigioniero un martire). Seguono sevizie, torture, botte, insulti, umiliazioni. Carcere disumano. Cinque anni di reclusione. Cinque anni di buio e solitudine. Morire a volte è più facile di vivere come viveva lui. Per undici mesi viene tenuto ammanettato, giorno e notte, malgrado i polsi fossero andati in putrefazione. Gli viene impedito anche di fumare, leggere, scrivere poesie (divieto risolto con l’impiego di sangue al posto dell’inchiostro a lui sequestrato).

Non viene ucciso, ma seppellito lo stesso. Vivo anziché morto. In una tomba di un metro e mezzo per tre.

Ma Panagoulis, come una tigre in gabbia, non perde la sua forza, che si triplica. Non perde il suo coraggio che si eleva all’ennesima potenza. La sua dignità tiene testa ai tormenti dei secondini, alle atroci sevizie (“..mentre giacevo nudo, legato a quel letto di ferro, mi infilava nell’uretra un filo di ferro. Una specie di ago. Poi, mentre gli altri gridavano oscenità, con l’accendino arroventava il pezzo di ferro che restava fuori..”).

Durante le torture provocava i seviziatori, per uscirne vincitore. Ne è uscito vincitore. Tutto per un ideale. Tutto per dare un gusto ancora più sapido alla libertà, guadagnata ad un prezzo così aspro.

E la giornalista Oriana Fallaci, sua futura compagna, ne “Intervista con la storia” ci riporta la sua testimonianza di vita; la testimonianza di un uomo che nessuna sofferenza poté abbattere; la testimonianza di un uomo fiero e degno di portare questo nome.

“Dopo tanto soffrire, sei ancora in grado di amare gli uomini?”

“Amarli ancora?!? Amarli di più, vuoi dire! Accidenti, ma come fai a porre una domanda simile? Non crederai mica che io identifichi l’umanità con le bestie della polizia militare greca? Ma si tratta di un pugno di uomini! Non ti dice nulla che in tutti questi anni siano rimasti sempre gli stessi?!? Sempre gli stessi! Senti: i cattivi sono una minoranza. E per ogni cattivo vi sono mille, diecimila buoni: cioè le sue vittime. Quelli per cui bisogna battersi ”.

Ecco cos’è l’uomo. Per ogni Papadopoulos, altri Panagoulis. Per ogni pecora, mille leoni.

Dopo la scarcerazione intraprende una relazione con Oriana Fallaci. Prosegue la carriera politica entrando in Parlamento nel ’74 e denunciando i politici che avevano avuto rapporti con la Giunta dei Colonnelli. Muore in un misterioso incidente stradale due anni dopo, ipotetica vittima della classe dirigente politica cui era particolarmente scomodo.

Aveva trentasette anni.

Ma è meglio vivere un giorno da leone che cento da pecora.

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