• sabato , 28 Novembre 2020

Lontani dalla cultura

È risaputo che Cesare Pavese fu ed è uno tra i maggiori scrittori intellettuali del Novecento italiano ed europeo. Fra i suoi più noti romanzi, non si possono dimenticare ”La bella estate”, “Paesi Tuoi”  e “La luna e i falò”. Grazie alle sue opere, egli divenne cantore della giovinezza e della forza della natura, dell’amicizia e dell’amore. Forte di questa convinzione, sarebbe bello potersi recare presso i luoghi che l’hanno visto protagonista come Santo Stefano Belbo in provincia di Cuneo, a un’ora di auto dallo nostra città, dove ancora è presente la casa natale, il museo e accanto l’0monima biblioteca all’interno di un’antica e pregevole chiesa, ora sconsacrata.

Ma tuttiti questi edifici  è assai più facile trovarli chiusi al pubblico che aperti.

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Questo non è che un esempio per dimostrare la scarsa attenzione che si riversa all’immenso patrimonio culturale italiano.

Tristi sono i recenti esempi di Pompei e del Colosseo, venuti alla ribalta sui media di tutto il mondo, ma anche di molti siti archeologici, storici o artistici  meno conosciuti, ma non per questo meno interessanti, oggi abbandonati, trascurati o non pienamente sfruttati nelle loro potenzialità. Per non parlare di meravigliosi paesaggi naturali rovinati dalle speculazioni edilizie.

Purtroppo è facile che il settore culturale sia uno dei primi a soffrire quando si verificano le crisi economiche, perché non sempre è  nelle priorità della politiche di governo quella di investire in cultura. Spiace dirlo, ma l’Italia, “il Bel Paese” di dantesca memoria,  ne è un desolante esempio.

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Senza contare che in questo modo si disattende anche all’articolo numero 9, che si trova tra i primi dodici principi fondamentali della nostra Costituzione:

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“La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”.

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L’avevano capito i Padri costituenti, ma prima di loro ne hanno scritto storici e intellettuali e politici italiani.

Diversamente da altri stati europei, in Italia uno dei primi tagli che viene fatto per risparmiare sulla spesa pubblica è proprio quello inerente la scuola, la ricerca e la cultura in generale, considerate  evidentemente delle risorsa “inutili” o comunque poco significative per la crescita del paese.

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Visitando molti stati europei, dall’Inghilterra alla Germania, si può invece constatare come, salvo rare eccezioni, l’ingresso ai musei sia gratuito, ma questo è solo un esempio. Si pensi al problema della “fuga dei cervelli” italiani all’estero, dove i fondi per lo studio e la ricerca non si lesinano, proprio perché si è convinti della necessità dello sviluppo culturale perché un paese possa progredire e non solo economicamente.  Questa inaccettabile migrazione di giovani menti porterà inevitabilmente a un depauperamento culturale e professionale del nostro paese, che in ultima istanza comporterà un impoverimento anche economico.

E’ davvero desolante pensare come un paese ricco di beni archeologici, storici, artistici e architettonici e culturali in senso lato, come è il nostro che possiede infatti l’80% del patrimonio artistico mondiale (tant’è che ha il primato mondiale di Siti Unesco, ben 49 ), non senta la necessità e l’urgenza di sfruttare al meglio questa risorsa, compiendo atti concreti ed investimenti consistenti. Sarebbe anche un bel modo  per impiegare i non pochi giovani  affascinati da questo campo, tanto da aver dedicato i loro studi in questo settore. Certamente costoro avrebbero piacere di sfruttare a pieno le loro conoscenze , facendo un servizio proficuo al paese e redditizio economicamente per se stessi, quando vengano retribuiti.

Sarebbe quindi auspicabile che in Italia ci fosse un’ inversione di tendenza in tal senso e poter visitare un museo come quello dedicato a Cesare Pavese ogni qualvolta lo si desidera e possibilmente in modo gratuito. Non dimentichiamo cosa diceva il famoso scrittore e filosofo francese  Albert Camus già cinquant’anni fa: “Senza cultura e la relativa libertà che ne deriva, la società, anche se fosse perfetta, sarebbe una giungla”.

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