• domenica , 29 Novembre 2020

La gioia dipende dal numero di pagine ancora da sfogliare

In Italia non si sente spesso vociferare di biblioterapia quanto in Inghilterra, sua culla, ma forse già il Poeta aveva, a suo tempo, intuito i benefici di tale pratica:

“Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io
fossimo presi per incantamento
e messi in un vasel, ch’ad ogni vento
per mare andasse al voler vostro e mio;”

Dante era giunto alla conclusione che la “navicella del suo ingegno” era in grado di portarlo altrove, in una dimensione lirica ed eterea.

Anche noi lettori di oggi amiamo, al calare del sole di una faticosa giornata, tuffarci a capofitto nelle pagine di un buon libro per esorcizzare le preoccupazioni, posticipare momentaneamente gli impegni assillanti e vivere la vita di qualcun altro, che forse addirittura preferiamo alla nostra.

Ma è certo che durante il gesto di sfogliare la carta per ricominciare da dove ci eravamo interrotti, nessuno di noi si sofferma mai a pensare che stiamo attuando una vera e propria tecnica terapeutica i cui benefici sono attestati a livello sia statistico che clinico.

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La biblioterapia è un metodo curativo entrato in uso negli anni Trenta del 1900 in Inghilterra per opera dello psichiatra Menninger, il quale utilizzò la letteratura con la finalità di alleviare i disturbi psichici dei suoi pazienti.

Nel corso del tempo tale cura ha permesso di gestire il disagio psicologico di alcolisti, nevrotici e perfino veterani della Prima e della Seconda Guerra Mondiale segnati da shock e menomazioni ardui da superare.

Al giorno d’oggi è un trattamento alternativo che può essere adeguato a persone di ogni età e praticato sia autonomamente che in gruppo, procedendo in un primo momento con letture specifiche e successivamente con il dialogo e la riflessione.

La prossima volta che qualcuno ci dirà che leggere sconfigge la depressione non potremo più osservarlo con compassione: è proprio così!

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Lettori del liceo classico, ora prestate attenzione: si dà il caso che le origini della biblioterapia siano ancora più ancestrali, da ricercarsi addirittura nel celeberrimo testo di Aristotele “La Poetica” che ci offre un’esauriente spiegazione del concetto catartico del teatro greco.

Secondo lo studioso Shroedes, il processo biblioterapeutico è da articolarsi in tre fasi: l’identificazione, la catarsi e l’interiorizzazione.

Il principio della biblioterapia odierna è infatti proprio quello di purificarsi dai propri disagi, di qualsiasi tipo essi siano, esorcizzarli leggendoli tra le righe di una storia.

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Purtroppo sono pochi i nomi degni di nota che qui in Italia si dedicano a questo tipo di trattamento, ad esempio Marco Dalla Valle, infermiere laureato in lettere moderne e contemporanee, il quale gestisce un blog che gli permette di divulgare la propria esperienza da biblioterapeuta.

Sarebbe una svolta interessante se prescrivere un libro potesse sostituire gli psicofarmaci: molto meglio sviluppare una dipendenza da romanzi piuttosto che da medicinali.

Tuttavia è d’obbligo specificare che la biblioterapia non è una forma di psicoanalisi pertanto non può sostituirla.

Inoltre non tutti i libri si prestano alla terapia, vi sono caratteristiche essenziali ad esempio la capacità di stimolare i cinque sensi con l’immaginazione, la peculiarità di approcciarsi con originalità a temi comuni, il tutto accompagnato da un linguaggio chiaro e da un testo semplice.

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Non è necessario essere degli esperti di letteratura o dei lettori incalliti per provare a beneficiare della biblioterapia: “Il lettore migliore non è quello che legge più libri, ma colui che trova più cose in quello che legge.” (Juan Villoro, “Il libro selvaggio”)

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