• lunedì , 30 Novembre 2020

Cose di un altro mondo

sermig“Esistono vari tipi di normalità. Per noi è normale mangiare quattro o cinque volte al giorno, andare a dormire nel nostro letto la sera e alzarsi la mattina per andare a lavorare. Per altri è normale spendere le proprie giornate a cercare di ottenere queste cose che noi diamo per scontate.”
Queste le parole di Sara, una dei trenta membri della Fraternità della Speranza del SERMIG (SERvizio MIssionario Giovani), un centro di accoglienza nato da un desiderio di giustizia, da molte mani e dalla Provvidenza.
La sede del Sermig è l’Arsenale della Pace, una vecchia industria bellica della Seconda Guerra Mondiale mezza distrutta da una bomba e comprata nel 1983 per pochi soldi da Ernesto Olivero, il fondatore del Sermig. Lui e i suoi amici avevano un grande desiderio: sconfiggere la fame del mondo.

E ci hanno provato: a poco a poco hanno ripulito e ristrutturato le varie aule dove pochi anni prima si costruivano armi, trasformandole in stanze accoglienti, mense e ambulatori medici.
Oggi il Sermig ospita quasi 50 persone al mese, ma nella sua storia ha superato la soglia delle 2000 accoglienze. I posti a dormire sono a disposizione di chiunque: indipendentemente che sia uomo o donna, cristiano o musulmano, giovane o vecchio, rifugiati politici o perseguitati, immigrati con documenti o clandestini, a tutti è chiesto di seguire una sola regola: il rispetto. L’accoglienza, come lo stesso Ernesto Olivero scrive, è aperta 24 ore su 24, perché [box]”chi produce armi, bombe e distruzione lavora ore ed ore per procreare le sue invenzioni. Perciò, se noi vogliamo combattere il male, dobbiamo lavorare tanto quanto il male.”[/box] Inoltre, coloro che trovano rifugio al Sermig non solo vengono sfamati dalla mensa, ma anche visitati da medici che operano volontariato venendo tre o quattro ore per settimana a visitare gratuitamente le persone che, trovandosi in questa situazione, già non hanno abbastanza soldi per mangiare: il medico è un’utopia ancora lontana. Il grosso del lavoro al Sermig, quindi, viene svolto, oltre che dai ragazzi della Fraternità che vivono sempre lì per scelta di vita, da più di mille volontari, tra i quali, usando le parole di Sara, “ognuno fa ciò che sa fare meglio: un medico viene a visitare i pazienti, un farmacista a catalogare e controllare i farmaci, un cuoco a lavorare in mensa”.
Ma l’accoglienza è solo l’inizio: l’Arsenale della Pace, così chiamato perché ora produce armi di vita e non di morte, è ricco di offerte: per esempio, tutti i giorni i bambini si recano in quella ex industria bellica a giocare nei giardini e fare i compiti, trasformando così per qualche ora la casa di accoglienza in un oratorio.

foto_ernesto_oliveroE non possiamo dimenticare le missioni di pace in più di 70 paesi del mondo, seguiti dalla costruzione di due altri centri del Sermig: il primo in Brasile, la Casa di San Paolo, un’enorme centro che accoglie ogni mese 1500 persone, e l’Arsenale dell’Incontro, una scuola per bambini diversamente abili in Giordania, paese musulmano, dove queste malformazioni sono considerate castighi divini e gli individui che li portano impuri.

Ma arrivano i problemi: per tenere in piedi tutte queste attività il volontariato non basta, e occorrono fiumi di denaro, che non si trova così facilmente.
Per fortuna, come è scritto nel giardino di ingresso dell’Arsenale, “la Bontà è disarmante”. Proprio per questo il 93% dei fondi arriva da donazioni di privati e di gente comune, e i beni di consumo immediato, cioè principalmente il cibo, arrivano dai supermercati che, ritirando i prodotti dagli scaffali due o tre giorni prima della data di scadenza, li consegnano al Sermig che ogni giorno sfama 1500 persone smistate in tre mense. Ma sono ben accetti anche abiti, farmaci non scaduti e prodotti di cancelleria, tutti utili per tenere in piedi un’organizzazione enorme che ha le sue fondamenta sulla Provvidenza e sulle “coincidenze”.

Così in un luogo dove prima si produceva morte, ora si produce vita.

Non dobbiamo andare nello spazio per cercare cose di altri mondi. Le possiamo trovare dietro l’angolo. Solo che non abbiamo voglia di girarci. Questo insegnamento l’aveva  già capito Tagore, un poeta indiano, che scrive:

[box]Viaggiai per giorni e notti
per paesi lontani.
Molto spesi,
per vedere alti monti, grandi mari.
E non avevo occhi

per vedere a due passi da casa
la goccia di rugiada
sulla spiga di grano.[/box]

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