• lunedì , 26 Ottobre 2020

Qua c'è tutto il mondo

Camilla, Sara ed Elena raccontano il “loro” carcere. Quello che porteranno nel cuore.

Criminal Behind Bars

[box] La piazza è tutta colori.

La piazza è arcobaleno. Un arcobaleno che odora di sangueportafogli e droga, ma pur sempre un arcobaleno.

Le regole per accedere a questo strano luogo sono rigide, molto fisse: carte di identità, metal detector, cancelli elettronici: è un posto da film, però “Ferrante Aporti” non è l’altisonante titolo di qualche lungometraggio Hollywoodiano, ma un carcere, uno di quelli veri. I ragazzi ci aspettano dentro, stanno per i fatti loro, ci fissano come i nuovo arrivati, quelli che sono giunti un uggioso lunedì pomeriggio ad invadere il loro territorio, il loro cortile centrale, i loro spazi ricreativi, le loro celle doppie, quelle che, per ora, sono le loro case. Ma sentirsi a casa non si può, qua. “La mamma – dice A. – è ciò che mi manca di più di “fuori”. E’ una risposta semplice, una risposta scontata, la risposta di un giovane allontanato dalla propria famiglia. Sono come noi. Eppure no, eppure hanno compiuto cose che mai noi metteremmo in atto; “Abbiamo solo avuto il coraggio di fare ciò che tu a volte hai solo sognato di fare, tutti noi, dentro, abbiamo un po’ di cattiveria”. E’ facile così discolparsi, proclamarsi innocenti, ma è la scelta personale che conta. Siamo tutti uguali, eppure siamo diversi: è ciò che decidiamo di fare o non fare che ci caratterizza, non la sostanza, ma la forma.

“Com’è il tempo fuori?” Brutto, piove. Semplice, una risposta come tante altre, ma un’informazione importante per loro, che non sono liberi, che vivono rinchiusi, che pagano ciò che hanno compiuto. Qualche mese, un anno, oppure una decina: c’è rispetto, ci sono gerarchie, gruppi diversi, per razza o colore, ma anche per reati commessi. Ridono, fanno i simpatici, gli spacconi, il modo di farsi notare agli occhi delle ragazze, tutto in regola, nessuna stravaganza, i maschi sono gli stessi in tutto il mondo. Ma non sono felici, non sono come noi. “Come si sta qua dentro, insomma mangiate e avete un letto, non poi così male no?” Che domanda stupida. “Fatti tre mesi e poi ne riparliamo”. Me la sono cercata, lo ammetto, io, coi miei jeans e il mio taccuino, pronta a scrivere ciò che ci raccontano questi coetanei in gabbia.

Abbiamo un sito nostro, fatto da noi, dove queste informazioni verrano divulgate. Straordinario per loro, ebbene sì, le vostre storie finiranno in tutto il mondo. “Allora non avete paura, non vi facciamo schifo.” No, io non ho paura di te, mi dispiace toglierti questa soddisfazione; ma ti ascolto, do retta a te, che di me hai veramente bisogno, di me, una diciottenne che viene da Valsalice, che vive in un mondo di feste e shopping, di trucchi  e macchinine. Qui, ai confini del mondo, sono utile a te, che parli, dai sfogo alla tua rabbia, racconti la tua vita.

Camilla

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[box] Sussurri. Centinaia di sussurri.

All’inizio non c’era che ciò da parte degli allievi di Valsalice e da parte dei carcerati stessi.

Le domande brulicavano nelle menti, desiderose di avere una risposta, dando eco a centinaia di immagini. Scene viste nei film, esperienze descritte in televisione o lette su un giornale. Ma nessuna aveva neanche un minimo di verità.

E quelle stesse assillanti questioni ci hanno portato inevitabilmente a cercare di instaurare un dialogo. A cercare di scoprire qualcosa di più delle persone che ci stavano accanto.

Perciò da quelle file inizialmente ordinate di ascoltatori si sono creati piccoli e grandi gruppi; sedie girate e orecchie e cuori pronti ad ascoltare le parole di ragazzi giovani, nostri coetanei.

Piccole isole in cui si è stati in grado di andare oltre quel paradigmatico pregiudizio che si ha nei confronti dei carcerati, scoprendo l’uomo.

Scoprendo quella persona che è esattamente come noi, con i suoi sogni e i suoi desideri.

Che, forse, non ha mai avuto la possibilità, il dono di avere un amico, dei genitori in grado di amarlo e di accettarlo con tutti i suoi limiti e le sue difficoltà.

Nel dialogo abbiamo scoperto qualcosa di più degli altri e di noi stessi. E non dimenticheremo mai la felicità e la necessità di silenzio, in cui riflettere, di quando siamo usciti, così in contrasto con la sensazione di timore provata nell’entrare.

Non così. Non così ci immaginavamo il Ferrante Aporti, carcere minorile.

Elena

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All’entrata del carcere era affisso un quadro, l’immagine di un pagliaccio variopinto. I suoi colori risaltavano sullo sfondo grigiastro, sull’acciaio del metal-detector, sull’idea delle inferriate fredde oltre le cui sbarre, dall’altro lato, non è concesso guardare.

Questa freddezza rimane, nonostante i colori accesi, luminescenti, vivi delle pareti che paiono voler attutire tale gelo.

“Tutti ‘sti colori mi deprimono”, dice uno di loro. Non gli piacciono perché fanno pensare che non esistono problemi. “Se sei condannato, non puoi fare niente”. La forza di quel “niente” pare diversa dai “niente” che spesso pronunciamo noi nella nostra quotidianità. Tuttavia oltre al niente di ciò che non hanno o possono fare in quel momento,ve n’è un altro: il niente o il poco che li ha portati a quel gesto. Il niente della rabbia, della gelosia, della disperazione. Quello che porta qualcuno alla violenza talvolta come arma di difesa, a volte come mezzo estremizzato per esprimere una propria idea o liberarsi da un soffocamento.

La società dovrebbe operare per far rispettare la legge, ma dovrebbe anche creare le condizioni perché la legge sia rispettata.

Nessun buonismo: hanno una colpa, spesso grave. E il valore educativo più costruttivo per loro sarebbe capire che è giusto assumersi la responsabilità delle proprie azioni e scontare la pena – a livello civile e sociale, ma anche con se stessi.

 Ma, dall’altro lato, nemmeno correre il rischio di pensare che un errore coincida con la fine; che noi siamo solo i nostri errori passati. L’uomo sbaglierà sempre ma è bello pensare che si possa fare ancora qualcosa di buono. In fondo, conoscendoli, sono come noi, bisognosi di un riscatto e di un futuro, solo che hanno commesso errori socialmente ritenuti più gravi.

Sara

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