• giovedì , 3 Dicembre 2020

Omaggio al Maestro

Ci mancherà quel viso serio e sorridente. I suoi polsini bianchi hanno smesso di fluttuare sopra i podi più alti del mondo e le grandi orchestre hanno smesso di seguire con gli occhi la sua magica bacchetta. Dal 20 Gennaio 2014 la nostra povera Italia è un po’ più povera : ci ha lasciati Claudio Abbado, un grande uomo, un genio musicale.

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Nato a Milano nel 1933 in una famiglia di musicisti, studia fino all’ età di 20 anni pianoforte e direzione d’ orchestra: la sua passione per la musica è tanto grande da diventare lo scopo della sua vita.

Debutta ufficialmente a Trieste nel 1959 in qualità di direttore sinfonico. Nel 1963 arriva il primo grande premio musicale: il Mitropoulos, della NewYork Philarmonic. La sua è una carriera in costante crescendo e ciò lo porta a firmare un contratto con la più importante casa discografica tedesca, la Deutsche Grammophon.

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Nel 1968 è direttore del Teatro alla Scala di Milano e, trascinando tutta l’ orchestra con una forza incredibile, compie l’impresa di rinnovare completamente il repertorio studiando, inoltre, le tecniche di esecuzione musicale in voga al tempo dei grandi compositori.

Dopo Milano, Abbado diventa direttore delle più importanti orchestre di Vienna (Staatsoper Wien) e Londra (London symphony Orchestra) per poi iniziare un rapporto incredibile e un lungo sodalizio professionale con i Berliner Philharmoniker. E’ questo l’ Olimpo della musica classica : se un calciatore sogna di giocare nel Barcellona, un musicista sogna di “giocare” nei Berliner.

Con la musica Abbado infatti  giocava, la rendeva sua e con lei “faceva il suo gioco”, mostrandolo al mondo intero proprio come un calciatore fa davanti al suo pubblico.

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Il suo gioco però aveva qualcosa di speciale: quando dirigeva tutti i cuori dei presenti erano imbevuti di passione, ora gonfi di gioia, ora intrisi di tristezza.

Abbado non era solo un un direttore, era prima di tutto un cittadino amante del suo Paese (fu nominato senatore a vita da Giorgio Napolitano). Adorava le passeggiate in campagna, i tortelli di zucca e rimproverava spesso la  amata Milano: “Il problema della Scala non è la Scala, ma Milano che è un disastro. L’ aria irrespirabile ne riflette l’ andamento: l’ inquinamento riguarda anche la cultura“.

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Ma forse ciò che lo ha reso una persona davvero speciale è stato il suo impegno nei confronti dei giovani, il suo continuo voler indirizzarli verso la musica. L’ amore e l’ impegno che dedicava ai ragazzi, specie a quelli il cui futuro sembrava buio, lo ha portato a dirigere nel 2005, pur essendo richiesto da importanti orchestre mondiali, l’ Orquesta Simòn Bolivàr, un incredibile gruppo che in 30 anni ha accolto 400.000 giovani musicisti, la maggior parte poverissimi, raccolti dalle favelas, dando loro un futuro nel meraviglioso campo della musica.

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Dunque ci fa bene ricordare questo grande uomo che si è spento il 20 Gennaio 2014 , ma che è destinato a rimanere nei ricordi e nel cuore di chi ha avuto la fortuna di vederlo all’opera e che ha dato a tutti noi italiani un motivo in più per sostenere la bellezza, la grandezza culturale e il fascino dell’ Italia e dei suoi abitanti.

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