• sabato , 26 Settembre 2020

L'alce che dice cornuto al bue

Nel leggere le accuse di pedofilia alla Santa Sede, presenti nel rapporto del Comitato dei diritti del fanciullo dell’ONU, il disgusto è comune, giustificato e dovuto. Non si tratta certo di una novità,  abbiamo già, purtroppo, conosciuto la triste realtà riguardante gli abusi commessi da mele marce, che inevitabilmente si trovano a presenziare in ogni qual tipo di consesso umano.

Se, però, siamo tutti ben consapevoli della terribile piaga rappresentata dai preti pedofili, lo siamo nettamente meno riguardo l’incoerenza e lo squallore che pervade anche i “paladini del mondo”, in primis lo stesso Comitato in cui su 18 membri uno è stato designato dalla Siria e un altro dall’Arabia Saudita, non certo noti promoters dei diritti umani. Soprattutto, è a dir poco stupefacente che l’Onu presenti tale “j’accuse” in maniera così afflitta, scioccata e profondamente ipocrita.

Già ipocrita, perchè purtroppo i grandi garanti di pace, nelle zone calde del mondo, sono anche i primi a macchiarsi di orrori gratuiti contro popolazioni devastate dalle guerre, tali abili millantatori sono i fantomatici caschi blu. Lungi dal voler discolpare i preti pedofili e dal voler demonizzare tutti i peacemakers, è comunque necessario riportare qui fatti storici, documentati e debitamente insabbiati dagli alti funzionari del Palazzo di Vetro per salvare la faccia e la poltrona.

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Non ci si può certo dimenticare (scegliamo di iniziare il nostro excursus partendo dall’evento forse più “leggero”) dei 400 caschi blu olandesi rimasti del tutto inermi di fronte al massacro di Srebrenica ad opera di quel Ratko Mladic giudicato dalla corte internazionale di giustizia contro i crimini dell’umanità, che per ironia della sorte ha sede all’Aja. Nel 2011, a 16 anni di distanza del massacro che sconvolse il mondo intero, sono emersi alcuni filmati in cui i soldati olandesi in calzoncini corti ballano, cantano e tracannano birra di fronte a serbi divertiti, inoltre compare anche il colonnello Karremans, comandante del battaglione neerlandese che accetta regali di addio da Mladic in persona.

Insomma, dovevano garantire la pace e invece hanno permesso che 8372 persone venissero massacrate come se nulla fosse, probabilmente fossero rimasti a casa a giocare a calcio non avrebbero vinto il solo Europeo del 1988.

Le violenze-inerzie avvenute nella ex-Jugoslavia occupata dalle forze internazionali, però, non si sono limitate solo a ciò. Kathryn Bolkovac, una poliziotta americana, nel 1999 mentre lavorava per un’agenzia affiliata al contingente ONU in Bosnia-Erzegovina, ha scoperto un traffico di giovani ragazze bosniache, rapite e rese schiave al fine di “divertire” il personale internazionale presente sul territorio. La Bolkovac, dopo aver subito minacce di morte dai suoi stessi colleghi, ha riportato le storie documentate di molte vittime alla BBC, che non ha esitato a renderle pubbliche*.

Gli abusi commessi dai caschi blu non si limitano, purtroppo alla sola Bosnia, bensì sono emersi casi di traffico di droga e di  prostituzione anche ad Haiti. Per non parlare, poi, delle storie riportate da Save The Children secondo cui in Costa d’Avorio, Sudan e Liberia ci sarebbero stati abusi su minori in cambio di cibo. In Eritrea soldati danesi e cechi sono stati indagati per prostituzione minorile (si parla di abusi su bambine tra i 10 e i 12 anni). Davanti a ciò sorge spontaneo rivangare le pubblicità strappalacrime dell’Unicef, che ora più che mai appaiono come amare beffe atte a coprire le coscienze sporche di burocrati e militari.

nella foto sopraIronia della sorte: i caschi blu olandesi ricevettero, oltre ai doni di Mladic, anche la medaglia d’onore per il coraggio mostrato a Srebrenica.

Data la crescente preoccupazione per i nostri marò, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, ci sembra quanto mai giusto concludere con un “episodio indiano”. L’India infatti, che si vanta di fornire il numero maggiore di soldati ai contingenti internazionali, ha rischiato una crisi diplomatica con il Sudafrica quando tre ufficiali operanti in Congo, festeggiarono una licenza violentando per tre giorni a turno una ragazza locale. I tre passarono dalla prigione di Pretoria al consolato indiano, dove venne loro fornito un lasciapassare, grazie a cui tornarono in patria a vivere felici e contenti. Peccato che la sfortunata ragazza sudafricana, invece, sarà costretta a vivere sempre con un peso enorme: quello della violenza che ha subito. A lei, come a tutte le vittime di tali abusi, nessuno potrà mai restituire le vite serene che si sarebbero meritate. Nessuno potrà mai stravolgere i momenti rovinati. Nessuno potrà mai lenire i loro traumi. No. Nessuno, perché, per citare Seneca: “Caelum, non animum mutant”. E questa è la tragedia più grande.

* Dalle indagini della Bolkovac è stato tratto il film “The Whistleblower” con Rachel Weisz e Monica Bellucci.

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