• domenica , 20 Settembre 2020

I(')mpossible!

Marco Sala, classe ‘91, ex studente di Valsalice e redattore del nostro giornale, frequenta l’Università di Giurisprudenza a Torino. Appassionato di fotografia, spende il tempo libero dallo studio tra uno scatto e l’altro. Il Salice ha pubblicato in esclusiva le sue foto dei Giochi e al rientro lo ha intervistato.

Come è nata l’idea di recarti a Sochi come fotografo per le Paralimpiadi?
E’ stata una casualità. Stavo lavorando a Milano nel backstage di una sfilata, quando alcuni fotografi di Brescia, Marco Ciccolella e Laura Predolini, che insieme ad Emanuele Broli hanno fondato l’associazione culturale Nessuno Press, dopo aver partecipato alle edizioni precedenti delle Olimpiadi di Vancouver, Londra e Pechino, mi hanno proposto di accompagnarli. Senza un attimo di esitazione ho accettato.

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Foto sopra: nella cerimonia di apertura, l’Ucraina non si è presentata, facendo sfilare solo il suo portabandiera.

Si sono percepite durante lo svolgimento dei giochi le tensioni politiche relative alla Crimea?
Non ci sono stati disordini, ma in due occasioni ho assistito a comportamenti che hanno lasciato trapelare le tensioni di quei giorni. Nella cerimonia di apertura, per l’Ucraina ha sfilato soltanto il portabandiera, poiché tuta la congregazione di atleti si era rifiutata di presentarsi. Il pubblico ha dimostrato in modo evidente il suo sostegno a questa Nazione con un boato assordante, che ha fatto letteralmente tremare lo stadio. Il secondo episodio riguarda la premiazione della gara femminile di fondo dei 12 km, in cui l’atleta ucraina vincitrice, sul podio, abbraccia soltanto la statunitense piazzatasi al secondo posto, ignorando e lasciando visibilmente a distanza la russa terza classificata, in modo, molto probabilmente, non casuale.

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Foto sopra: la premiazione dei 12 km di fondo femminile: la prima classificata ucraina si distacca dalla compagna russa arrivata terza.

Come giudichi l’organizzazione dei Giochi?
Per quanto ho potuto vedere, se da una parte  è stato fatto uno sforzo organizzativo molto importante, poiché tutto, villaggio olimpico, strutture alberghiere e d’accoglienza, strade, vie di comunicazione, è stato creato ex novo,  molte opere sono rimaste incomplete: rampe per le carrozzelle parzialmente mancanti, detriti delle opere eseguite lasciati in vista, capannoni e stabili incompiuti. Nel complesso ciò che appariva era un paesaggio asettico, sterile e artificiale.

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Foto sopra: la squadra italiana di Hockey.

Quali sono gli episodi che ti sono rimasti più nella memoria?
Durante la partita di Hockey Italia-Svezia, la nostra squadra, sotto per 2-0 , è stata protagonista di una straordinaria rimonta che ha portato ad una inaspettata vittoria. Ho esultato e gioito con loro, mi sono commosso perché gli azzurri sono arrivati dove volevano, dando il massimo. Una scarica di adrenalina è stata anche  l’esultanza dell’americana Stephanie Jallen, medaglia di bronzo in super G categoria standing. Era felicissima, euforica con un sorriso da bambina stampato in faccia, con quel braccio che mancava che sembrava voler toccare il cielo. Non stava ferma un secondo, al punto che è stato particolarmente complicato riuscire a farle una foto per intero.

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Foto sopra: l’americana Stephanie Jallen.

Hai scattato una foto di cui sei particolarmente soddisfatto?
Sì, ad un’ucraina ipovedente Olga Prylutska. Arrivata al poligono di tiro, indossa delle cuffie che trasmettono dei suoni di diversa intensità in base a quanto sia corretta la mira. Ha preso un respiro profondo, ho sentito il suo torace che prendeva aria, cercava calma e concentrazione. E’ stato un momento unico, difficile da raccontare. Eravamo io e lei, quella foto ce l’ho soltanto io.

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Sopra: la foto di cui Marco va particolarmente orgoglioso: Olga Prylutska prima del tiro.

La disabilità dei concorrenti ha avuto influenza sul il tuo modo di lavorare?
Non ci facevo caso, quando scattavo lo facevo per l’atleta. Solo a fine giornata mi rendevo conto della particolarità della loro situazione. L’atteggiamento non può e non deve essere di pietà. Una foto di Bode Miller o una loro non sono così diverse. Certamente loro hanno incontrato delle difficoltà in più, ma questo non deve porli su un piano inferiore rispetto ai normodotati. L’italiana Francesca Porcellato, alla sua nona olimpiade – tra estive e invernali – bene ha espresso questo concetto sottolineando che mai bisogna pensare a ciò che non si può fare, ma a quello che si può raggiungere.

Che cosa ti lascia questa esperienza?
Ho ancora davanti agli occhi l’immagine della cerimonia di chiusura quando è apparsa la scritta a caratteri cubitali “IMPOSSIBLE”, cambiata successivamente da un paraplegico in “I’M POSSIBLE” sulle note di Safe and Sound. Una volta saputo di aver scattato una foto, ho posato la macchina fotografica e insieme a tutto lo stadio mi sono lasciato trascinare dall’emozione del momento.

[note]“Impossible is just a word that prevents us from looking ahead and making
changes.
Impossible is the boundary we give ourselves. Impossible is a rule to be
broken.
[…] Along the way we’ll show that dreams can be achieved, that with strength,
passion and a change of perception IMPOSSIBLE can become I’M POSSIBLE”.[/note]

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