• giovedì , 20 Giugno 2019

La danza della vita

Un due tre. Un due tre.

Sulle note del valzer di Strauss, sorridendo, volteggiano le coppie. Nel fatidico momento, nonostante le incertezze iniziano a girare, cauti.

Nel pubblico le nonne sospirano, memori dei balli passati. Fino a quando con estrema dolcezza una lacrima scende, facendosi largo tra l’espressione sorridente.

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Quanto sono cresciuti i loro nipotini. Eppure sembrava solo ieri quando giocavano sulle loro ginocchia. Piccoli. Ingenui.

E ora sono 18.

18 lunghi anni di esperienze belle e indimenticabili. Di crescita e di futuro. Anni che non si dimenticheranno tanto facilmente.

I ballerini si fermano e al segnale stabilito si inginocchiano a porgere la rosa alla loro dama. Immobili e divertiti tra i mille flash che si susseguono instancabili. Centinaia di foto per commemorare un momento. Un attimo che rimarrà per sempre aggiungendosi agli altri scatti della vita.

E un due tre. Un due tre.

I 18 anni sono un porto di speranza, dice il professor Gardino.

Un luogo in cui si attracca e si prende il largo per mete sconosciute, forse un po’ temute, ma che fanno e rendono l’uomo più maturo. Tappe che si possono affrontare, si devono affrontare sperando e affidando.

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E inevitabilmente responsabilità, afferma il professor Accossato, perché la vita ora è nelle nostre mani. Perché le nostre decisioni sono ancora più importanti dato che ci introducono nel folle e meraviglioso mondo “dei grandi”.

E come qualcuno ricorda nell’età della maturità si può anche andare in prigione.

Guardando dal pubblico il fresco colore delle rose, il candido rossore delle ragazze e la baldanza dei ragazzi, qualcuno prova nostalgia. Il professore Oni ce lo rivela; i 18 anni sono passati, e come non ricordarli.

Questo sentimento di chi ci precede ci accompagna e dalla loro esperienza vissuta noi al contempo traiamo tanti insegnamenti, nella buona e nella cattiva sorte.

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Per una mamma questa tappa è contraddistinta dal nostro sentirci grandi, pur essendo ancora infinitamente piccoli. Certo, per una madre il figlio sarà sempre quello che ha generato, quel batuffolo rosa che ha allattato.

Ma è estremamente bello godere di questa discrasia. Memori che la nostra grandezza si deve talvolta adattare alla nostra piccolezza, per non sentirci immediatamente capaci e invincibili, ma per continuare a porci sotto il consapevole insegnamento della Vita.

E tra gli applausi scroscianti per un ballo infinito, le coppie si inchinano. Riconoscenti. Mature. Pronte a muovere nuovi passi.

Tra l’un due tre del tempo della Realtà.

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