• lunedì , 30 Novembre 2020

Grand Budapest Hotel – la recensione

imageFinalmente rieccomi qui a parlare di film: era un po’ di tempo che non toccavo l’argomento, infatti sono passati diversi mesi dalla recensione di quel film ridicolo che fu The Bling Ring.

Tuttavia oggi non sono qui per screditare quanto per applaudire dal momento che sto per parlare del nuovo film di Wes Anderson : Grand Budapest Hotel.

Premetto che la filmografia di Wes Anderson non è mai stata degnata di molta attenzione dal sottoscritto; prima di questo film dello stesso regista avevo potuto guardare solo Moonrise Kingdom che ai tempi , nell’ormai lontano 2011, mi piacque davvero tanto.

Non fui a conoscenza del nome del regista fino a dopo la visione del film perché, malgrado caratteristiche tecniche molto simili tra le due opere, mi avvicinai a Grand Budapest Hotel per caso, non certo dopo una particolare ricerca.

Cominciamo a parlare, per quanto io sia poco familiare a questo argomento, del lato tecnico: la fotografia e la regia di questo imagefilm sono a dir poco spettacolari: ogni inquadratura trasmette un incredibile senso di pace, di calore e un uso frequente di modellini e di scenografie riprodotte in teatro rendono Grand Budapest Hotel un film davvero piacevole sotto questo aspetto. Inoltre gli attori sono truccati e vestiti in modo da rendere subito riconoscibile l’inclinazione morale del personaggio; basti pensare a quello interpretato da Willem Dafoe, vestito completamente di nero  e con le mani ricoperte da anelli di ferro.

La trama non è particolarmente complessa ma davvero avvincente: tutto ruota intorno ad un quadro ceduto in eredità a Gustave, il concierge compagno di Zero, il protagonista, e che tutti sembrano volere. Il realtà nonostante l’apparente semplicità la storia viene narrata su tre piani temporali distinti ma questo espediente narrativo viene gestito alla perfezione in modo tale da non generare confusione nello spettatore e la visione viene alleggerita da un umorismo raffinato e intelligente che non scade mai nella volgarità e quando lo fa essa viene gestita con una tale eleganza da non risultare mai fastidiosa.

In conclusione l’ultima opera di Wes Anderson si rivela essere un piccolo capolavoro e consiglio di approfittare della visione al cinema, finché disponibile.

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