• domenica , 20 Settembre 2020

Maturità ieri e oggi

 

Il sole, il caldo, i gelati, i bagni in mare, l’estate. Cosa ci fanno allora ragazzi e ragazze stanchi, affaticati, in tuta e dalle immense occhiaie? Verrebbe voglia di urlare loro: “Sveglia! Siete in vacanza!”.

Ma no, loro non sono in vacanza, non ancora perlomeno. Hanno diciotto, diciannove anni, e non ne possono più del liceo, sono i maturandi. Capita a tutti prima o poi, e i sintomi sono quasi sempre gli stessi: voglia di cambiare, di crescere e, diventando grandi, volare finalmente via, con i propri strumenti e la propria volontà. Le lacrime dell’ultimo giorno di scuola. Le foto scattate tutti insieme, sorridenti. I ricordi e le gesta memorabili. Le imitazioni di quei professori temuti fino a qualche ora prima.

Manca poco, solo un esame e poi via, libertà, ma questo esame sembra ora una montagna immensa da scalare, una difficoltà troppo grande per questi eroi dal cervello ormai colmo di nozioni, dal latino alla fisica, dall’arte alla scienza, una cultura quasi enciclopedica racchiusa in teste fumanti. Non siamo i primi, non saremo gli ultimi, fra dieci anni sogneremo nei nostri peggiori incubi la scena muta fatta davanti alla complicata domanda di matematica, o magari, come spesso succede, serberemo solo i ricordi cari, la preparazione della tesina o il bel voto strappato alla commissione.

 Ci sono tanti tipi di maturandi, i secchioni, i nervosi, quelli tranquilli, i maghi del copiare, tutti uniti nello studio “matto e disperatissimo” di questo caldo giugno, un unico fronte comune contro i coetanei che, ormai spensierati, pubblicano sui social network foto in costume o con una bella abbronzatura, scatenando un’immensa rabbia e, sotto sotto, invidia. Ma, come detto prima, non siamo i primi e certo non saremo gli ultimi: se pensiamo ai nostri genitori, che ora ci corrono dietro con succhi energizzanti e parole consolatorie, ai nostri fratelli più grandi, che non fanno altro che ripeterci la facilità, al dunque, del temuto colloquio orale, ai nostri professori, sì, proprio loro che ora ci guardano austeri e compiti da dietro occhialetti un po’ fuori moda, sono stati anche loro “dall’altra parte della cattedra”.

Ecco a voi i loro racconti. 

Paolo Accossato

Come si è preparato per la Maturità?

“Ai miei tempi c’era ancora la vecchia “matura”, quella con una materia portata dall’allievo ed una scelta dalla Commissione (tutta di esterni). Nell’ultimo mese prima dello scritto ho prospettato un piano con il ripasso giornaliero delle materie e ho cercato di seguirlo con scrupolo.  Devo dire che ricordo un’esperienza faticosa (non c’erano grandi alternative allo studio) ma molto stimolante”.

Come vede noi a giugno con gli occhi da professore e soprattutto quanto si rivede in noi?

“La Maturità può cambiare la fisionomia ma è sempre il primo vero test della vita di un ragazzo. Il nuovo esame esige una preparazione molto vasta su tutte le materie ed è dunque logico che arriviate un po’ agitati. Il consiglio è di prepararsi al di là del voto ma per il gusto di portare a termine nel miglior modo possibile un cammino iniziato 5 anni fa avendo la certezza che questi mesi si ricorderanno per tutta la vita e sarebbe triste tra tanti anni associare la maturità ad un ricordo malinconico. Se mi rivedo in voi? Certo, e con un po’ di nostalgia perché al di là di tutto rivivere i 18 anni non sarebbe male”.

Quanto è diverso vivere la maturità da allievo e da professore?

“Da docenti  è come essere allenatori e non più giocatori. Il professore prepara ma è il ragazzo che “scende in campo”: noi cerchiamo di portarvi al meglio al momento più importante del vostro percorso scolastico ma siete voi che dovete vincere la partita. Lo stress è sicuramente maggiore per voi ma anche il professore spera che tutto vada bene perché significa che il proprio lavoro ha dato buoni frutti”.

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Stefano Bove

Quanta paura aveva prima della Maturità?

“Non avevo tanta paura prima di cominciare. Ricordo solo che ho iniziato ad averne di più dopo il tema perché ero convinto che mi fosse andato male. Quindi ho studiato come un matto per riscattarmi all’orale. Così l’orale è andato bene e il tema è risultato di gran lunga migliore del previsto. Morale: la paura aiuta”.

La prima cosa che ha fatto appena uscito dall’orale?

“Dopo l’orale non ho fatto nulla di speciale. Sono tornato a casa e ho iniziato a prepararmi la valigia perché il giorno dopo saremmo partiti per il viaggio di maturità (era il 14 luglio…)”

Gualtiero Croce

Ricorda di aver studiato con gli amici per la Maturità?

“Le mie memorie relative alla Maturità (per la cronaca, annata ’87; non  eccellente neanche per il Barolo…) sono molto vaghe. Ricordo poco dell’avvicinamento all’Esame, molto poco dell’Esame, quasi  nulla dei postumi da Esame. Il file risulta decisamente danneggiato (o manomesso?): tutto si fa più  chiaro a partire dalla piena Estate e dalle scelte per il futuro. Comunque, la mia preparazione è stata soprattutto individuale: qualche rara puntata a casa di compagni più per la ricerca di frescura in collina che per veri ripassoni di squadra. L’attesa per la versione di Greco (ricorda qualcosa?) assorbiva molto lavoro e molto esercizio – ed in effetti il passo di Platone che ci fu assegnato “addusse lutti” non solo agli Achei (per chi si vuole esercitare con una prova d’antan, www.skuola.net/versioni-di-greco/del-mese/platone-1987x.html). Inoltre, all’epoca l’orale prevedeva un’interrogazione piuttosto approfondita ma su due sole materie, una delle quali scelta dal candidato: ed io puntai sulla Fisica, probabilmente (ma qui rischio di sbagliarmi, sempre a causa del file danneggiato) risultando fra i pochi a farlo, e perciò “condannato” ad uno studio solitario. Per la cronaca, dalla Commissione mi fu assegnato Latino come seconda disciplina – naturalmente assai gradita. Se il ricordo è vago, la “sensazione” che mi è rimasta parla però di tanto lavoro e non poca apprensione, rafforzata dalla consapevolezza di giocare una partita decisiva in trasferta, poiché per le prove scritte fummo ospitati dalla scuola statale cui eravamo abbinati, il Liceo Alfieri. Con gli amici ci ritrovammo certamente la notte-prima-degli-esami davanti alla Gran Madre, nella rituale attesa delle tracce del tema di Italiano che, complice il fuso orario, sarebbero certamente arrivate – per telefono! – dalle scuola italiane di Australia”.

Che cosa è rimasto in lei del ragazzino più o meno spaurito che anni addietro dava la Maturità?

“L’Esame è una cosa molto seria, e non solo dal punto di vista strettamente scolastico, ieri come oggi. Scomparsa la carica di tensione per la prova (che ora diviene quasi sempre preoccupazione per come potrà svolgersi la Matura dei “miei ragazzi”), mi è rimasto il senso di un passaggio cruciale – non solo simbolico – per la crescita individuale, l’unico vero rito di passaggio alla vita adulta o comunque di emancipazione da uno status di dipendenza quasi totale dai “grandi”. Così lo sentivo allora, così lo vedo oggi. E vedo molti miei exallievi, quando tornano anche soltanto qualche mese dopo per un saluto, decisamente cambiati, trasformati. Ecco perché trovo inaccettabile che sia stato degradato ad un ruolo di gregario dalla collocazione dei test di ammissione universitaria nella Primavera che lo precede, quasi non contasse più nulla. Credo che se lo si ritiene tuttora necessario, l’Esame debba avere una sua riconosciuta dignità anche nelle modalità con cui ci si avvicina ad esso. Altrimenti, molto meglio cancellarlo del tutto insieme al valore legale del titolo di studio, lasciando che sia l’Università a valutare la preparazione individuale – e ad occuparsi di un rinnovato rito di ingresso all’età adulta”.

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Marco Fanelli

Potendo tornare indietro, vivrebbe nuovamente la Maturità nello stesso modo?

“Credo proprio di no. Arrivai all’appuntamento troppo “scarico” e – grave errore – troppo “sicuro” di vedere riconosciuti gli sforzi degli ultimi tre anni, dimenticando che la commissione – al tempo completamente esterna – non sapeva nulla di me, se non la presentazione. Ripassai pochino a dir la verità. Ma fu quello l’insegnamento più grande…si chiama maturità non a caso. Da allora imparai che ogni esame va affrontato con i denti, con l’aggressività di chi vuol dimostrare quel che vale, senza adagiarsi su allori personali, perché no – dimentichiamo il politically correct – imponendosi di fronte all’esaminatore, “fingendo” un dialogo alla pari”.

Un ricordo in particolare

“I gesti del mio commissario interno (ora carissimo collega Schinetti) che mi diceva di stare calmo di fronte all’atteggiamento a dir poco urticante del commissario di Italiano. E poi lo stupore amaro quando al telefono venni a sapere del voto finale. Ma con questo racconto non intendo spaventare i futuri maturandi. L’esame di maturità è un bel gioco: dura poco, bisogna strappare il massimo e non preoccuparsi dell’esito. Dopo e poi dopo ce ne saranno tanti altri”.

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