• sabato , 31 Ottobre 2020

Per la pace ci vuole la guerra?

Lo scontro Israele-Hamas ha ormai raggiunto un punto di non ritorno.

E’ il 9 luglio quando un grappolo di missili israeliani colpisce 50 obiettivi della striscia di Gaza, provocando 21 morti tra donne e bambini. “Non tratteremo più  Hamas con i guanti”, così ha esordito Netanyahu, primo ministro israeliano e portavoce dell’operazione “Protection Edge”, volta a combattere le continue operazioni terroristiche guidate dai gruppi più estremisti palestinesi. Ma quando i missili lanciati da Gaza arrivano nella periferia, non lontani da Gerusalemme, suscitano la preoccupazione  che questa rappresaglia possa trasformarsi in una lunga operazione militare, fino ad una vera guerra.

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D’altronde Netanyahu ha già annunciato di voler sottoporre Hamas ad una crescente pressione, dove le truppe di terra potrebbero essere l’ultima carta, che porterebbe probabilmente a una schiacciante vittoria israeliana, per l’impiego di tecnologie avanzate e efficienti.

Questi scontri armati in realtà non sono casi casuali e separati, bensì prodotti di una ostilità che si protrae da mezzo secolo all’interno del mondo orientale. Solo qualche settimana fa si sono susseguiti casi di sequestro di persona, tutti terminati con l’uccisione dell’ostaggio. Questa striscia di sangue sta ormai macchiando il Vicino Oriente dalla fine degli anni Quaranta, quando l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite elaborò il piano di spartizione della Palestina, che raccomandava la suddivisione del paese in uno Stato arabo, uno Stato ebraico e la città di Gerusalemme, riconoscendo agli ebrei il diritto di formazione di un “focolare nazionale”.

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Questa operazione ha fatto sì che la popolazione palestinese si sentisse fortemente minacciata all’immigrazione ebraica, dando vita ai primi movimenti nazionalistici, che si opponevano all’anelito degli esuli di trovare la propria identità all’interno di un paese: la Palestina. Infatti, dopo molto tempo, il popolo ebraico reclamava il luogo in cui nel 1200 A.C. iniziarono le proprie origini.

Il popolo giudaico infatti, ha avuto fin dalle origini una storia travagliata, scandita da continue migrazioni, che hanno portato alla dispersione e all’annichilimento di un intera popolazione. Dopo lunghi esodi e dopo avvilenti emarginazioni (la peste nera del 1348 è un nuovo motivo di persecuzione: gli ebrei sono infatti etichettati come uccisori di Cristo e quindi diventano i capri espiatori, incolpati di diffondere malattie nei pozzi), nel XX secolo inizia a serpeggiare virulento un razzismo portato al suo massimo grado. Sanguinosi e macabri massacri di ebrei (pogrom), favoriti dal governo, caratterizzano il continente russo, e le disgrazie economiche del nord Europa aprono la strada alle farneticazioni di Hitler, convincendo popoli interi ad appoggiare l’antisemitismo, considerata l’unica modalità di accrescimento sociale.

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Il popolo ebraico è soltanto uno dei molti che ha alle spalle conflitti, e sono proprio queste ostilità che confutano l’ipotesi che la massima aspirazione dell’uomo sia quella di trovare la pace.

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