• sabato , 31 Ottobre 2020

Si selfie chi può

Una volta c’era l’autoscatto, ora si parla di selfie. Una volta c’era la macchina fotografica, ora basta il telefonino, un bel sorriso e via: si è pronti ad essere “postati” sul web. Tra amici, al parco, a scuola, a una festa, addirittura agli oscar: il selfie è ormai d’obbligo.

Una moda, quella dell’autoscatto, che sembra aver contagiato tutti – dal ragazzino al nonno alle celebrità – e praticamente tutti siamo finiti nel selfie scattato da qualcun altro, persino  Papa Francesco. Nel gennaio 2014 sono state anche istituite le Olimpiadi selfie, una competizione a livello mondiale per scegliere i migliori autoscatti dell’anno.

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Eletta parola dell’anno 2013 dall’Oxford Dictionary, che lo definisce «una fotografia che uno scatta a sé stesso, in genere con uno smartphone o una webcam e che viene caricata su un social media», è ormai entrata, con altri 150 nuovi vocaboli, nel linguaggio comune.

Si può dunque parlare di un vero e proprio fenomeno sociale, il così detto “selfismo, che per certi versi fa sorridere e per altri fa discutere. Dietro a una ragazza che si scatta una foto in bagno per  far vedere l’ultima acconciatura o dietro a un uomo che con un click vuole condividere con tutti i suoi amici, e non solo, i suoi esercizi in palestra c’è, secondo molti studiosi, l’esigenza di promuovere se stessi, facendo leva sulla propria avvenenza, sulla propria prestanza fisica e sulle proprie frequentazioni.

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Pertanto l’obiettivo principale delle nostre generazioni risulta essere  quello di possedere una foto dell’esperienza vissuta. Viviamo realmente immersi in vari livelli: un’azione quotidiana, come fare una passeggiata o due chiacchiere con le amiche, diventa importante solo se testimoniata su un social network. Qualunque azione diventa reale solo se postata.

In ogni caso , il selfie è molto lontano dall’essere una foto spontanea; al contrario è un’immagine pensata e scattata appositamente per essere condivisa sui social network e per suscitare consensi. Le regole sono semplici e alla portata di tutti: avere la luce giusta, cercare una posa che faccia apparire giovani, sensuali e divertiti, un’inquadratura rigorosamente dall’alto verso il basso e una buona dose di filtri creativi. Se per alcuni è una semplice tendenza, occasione di risate in un sabato sera, per altri si è trasformata in una vera e propria ossessione. Dunque questa nuova forma di narcisismo può essere interpretata come vera e propria patologia. Dal selfismo arriviamo quindi alla “selfite” . Termine introdotto da psicologi americani che hanno studiato il fenomeno e lo hanno individuato come una sorta di pericolo.

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La selfite infatti rivela una certa mancanza di autostima che porta i soggetti a curare e modificare i propri scatti per migliorare la propria presenza. Gli studiosi hanno delineato tre stadi della patologia: borderline, acuta,e cronica.

Nella prima vi sono i soggetti che si fotografano tre volte al giorno senza postare le immagini, nella seconda si trovano coloro che si fotografano e postano almeno tre immagini al giorno, e nella terza il numero di foto scattate e postate cresce fino a sei o più. Attualmente, affermano i medici, non esiste una cura per questa patologia.

Che si prenda sul serio o meno questo nuovo fenomeno, si deve riconoscere che la sua diffusione ha raggiunto le stelle nell’arco di poco più di un anno. E non è comunque da sottovalutare il fatto di scegliere di rendere visibili a tutto il mondo dei momenti della nostra intimità, soltanto per il gusto di apparire.

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