• domenica , 27 Settembre 2020

Il (Ta)vecchio che avanza

L’Inghilterra individua dei soggetti che giocano se hanno professionalità. Noi invece diciamo che ‘Opti Poba’ è venuto qua che prima mangiava le banane e adesso gioca titolare nella Lazio”.

Così si è espresso Carlo Tavecchio, attuale presidente della Lega Nazionale Dilettanti e presidente in pectore della FIGC dopo le dimissioni di Abete, a proposito degli extracomunitari nel calcio italiano, scuotendo come prevedibile l’opinione pubblica.

Se però il mondo della rete, al solito fulmineo nelle reazioni, si è subito indignato, tuonando contro l’uomo con chiarissimi “Tavecchio vattene”, “Tavecchio sparisci” o ancora “Io mangio banane”, in linea con lo humor del candidato, un tombale quanto preoccupante silenzio è stata l’iniziale risposta del mondo del calcio. Tranne Juventus e Roma, che subito avevano appoggiato l’ex calciatore Albertini alla presidenza, supportato anche da atleti e tecnici, all’ Hilton di Roma Tavecchio ha ricevuto gli applausi di Carraro e Matarrese, nell’indifferenza delle altre società.

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Scoppiato poi il caso mediatico, il candidato si è affrettato a scusarsi (“parlavo di curriculum, non accetto le accuse di razzismo perchè la mia vita testimonia l’esatto contrario”), difeso, fra gli altri, da Abodi, presidente della serie B (“frase inaccettabile ma non facciamo demagogia”), ma l’episodio è in breve sfociato in discussione politica, frattura fra destra e sinistra.

Da una parte il giudizio è forte e chiaro: a Debora Serracchiani, vicesegretario del Pd e governatrice del Friuli, che si dice “sconcertata, Tavecchio rinunci alla candidatura alla presidenza”, fa eco il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, con delega allo sport, Graziano Delrio, che esprime “sconcerto e irritazione” per la xenofobia dimostrata. Al coro si uniscono Sel, l’ex ministro Kyenge (“atteggiamento paternalistico con chi si crede inferiore e da condannare”) e Giovanna Melandri, secondo cui la dichiarazione è “una frasaccia che non onora lo sport e vanifica ogni sforzo contro il razzismo”.

Forza Italia d’altro canto minimizza, nelle parole di Maurizio Gasparri (“polemica esagerata, montare una campagna antirazzista su una frase sembra un’esagerazione”) e nell’ attacco della sempre polemica ‘pitonessa’ Daniela Santanchè, che addirittura, rifacendosi all’italico onore, parla di “brivido patriottico che alla sinistra è andato di traverso”. Il leghista Salvini, distinguendosi per la solita capacità argomentativa, scherza invece per la libertà d’opinione: “Da domani banane vietate per legge in tutti i negozi”.

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Per quanto comunque il tifone mediatico scatenato dal caso risulti eccessivo, non può essere Tavecchio l’uomo del cambiamento del calcio italiano, sia per comportamento che per messaggio. Per quanto possa essere stato un errore momentaneo, dovuto all’istrionismo e all’ingenuità, la prestazione dell’ Hilton, comprensiva di gaffe, è stata più che sufficiente per valutare il candidato: un linguaggio fin troppo schietto, ai limiti della volgarità, nel triste tentativo di suscitare un riso di pancia, è stato perfettamente coerente con la sostanza nazionalista e xenofoba del discorso, lontanissimo dalla pacatezza che sempre dovrebbe mostrare una figura istituzionale. I club possono essere perfettamente in grado, senza l’intervento di un Tavecchio ex machina, di valutare la qualità dei giocatori, italiani o meno, e il razzismo delle banane è fin troppo evidente dietro il velo della valorizzazione dei calciatori dello Stivale.

Altre sue dichiarazioni, meno discusse dai giornali, lasciano poi altrettanto interdetti. Icastico l’esempio della tessera del tifoso, da abolire perché “ormai il nostro Paese ha la tessera pure per andare alla toilette”: se anche la tessera è strumento inutile, ad una così infelice critica, che tanto sembra strizzare l’occhio alle frange più violente di tifosi, poteva sostituirsi una proposta alternativa.

Persino la richiesta di denaro al Governo per chi “organizza eventi su cui si scommette” è anacronistica rispetto all’attuale periodo di faticosa ripresa, in cui i sacrifici devono essere pretesi anche da parte dello sport, e creerebbe un pericoloso conflitto di interessi con il mondo del gioco d’azzardo, già incredibilmente potente, come dimostrano i tentativi di ridimensionarlo.

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Inoltre è difficile immaginare come un settantunenne, che da decenni lavora nel calcio, possa rappresentare il tanto auspicato rinnovamento nello stesso, piuttosto simbolo di quel desiderio tutto italiano di cambiare affinché tutto resti come prima.

Per questa volta Tavecchio, espressione di tanti errori che non possiamo più commettere, soprattutto sentendo quotidianamente di scempi nelle curve e di morti per un gioco, si può abbandonare.

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