• martedì , 26 Marzo 2019

Work in progress

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Pierpaolo Vargiu, classe 1957, laureato in Medicina e Chirurgia, Master EMMAS SDA Bocconi, specializzato in medicina legale, odontostomatologia e radiologia, attuale Presidente della Commissione Affari Sociali ha concesso un’intervista al Salice, chiarendo le proprie posizioni a proposito del discussissimo tema del test d’ingresso alle facoltà universitarie, delineando in particolare quali saranno le nuove sfide per la formazione dei nostri aspiranti medici.

Onorevole, potrebbe delinearci la sua posizione a proposito del sistema universitario italiano?

“In primo luogo ritengo necessario chiarire che approvo e sostengo una visione liberale di questo sistema. Sono favorevole all’abolizione del valore legale del titolo di studio, sulla scorta del sistema anglosassone. È necessario un controllo continuo delle effettive competenze del singolo, in quanto egli deve essere preparato durante tutto il suo percorso lavorativo e non soltanto al conseguimento di una laurea, piuttosto che di una qualunque qualifica. È questa l’unica via che si possa percorrere per poter garantire sempre la massima efficienza e qualità del servizio reso alla collettività”.

Andando più nello specifico, per quanto invece riguarda le facoltà sanitarie, qual è la sua opinione a proposito del numero chiuso e del test d’ammissione in seguito alla proposta di abolizione del Ministro Giannini?

“Il numero chiuso è necessario, però in Italia è stato “programmato” sulle basi sbagliate. Io credo che per definire questa cifra bisognerebbe guardare alle esigenze del mercato e non di certo alla possibilità di formazione del sistema universitario nazionale, come invece è attualmente. Quindi non si mette in dubbio il fine, ma il metodo di selezione che non si deve basare solamente su un test: è necessaria una valutazione più completa della persona. Il sistema attuale è folle ed inoltre tragicamente svincolato dalle competenze. In particolare lo è questo quiz che è più simile ad una vera e proprio lotteria piuttosto che ad un esame su materie attinenti al venturo percorso di studi. Io stesso, nonostante la laurea, il mio percorso, il master e le specializzazioni, non supererei il test. Oltre quindi ad inserire dei settori di investigazione propedeutici agli anni successivi è assolutamente indispensabile aggiungere una valutazione psicologica ed è anche consigliabile dare uno sguardo al curriculum scolastico dello studente, in quanto non si può valutare una persona sulla base di un’unica prestazione, il cui successo è influenzato anche da fattori imprevedibili. Perciò grazie Ministro Giannini per aver lanciato questa provocazione ed aver portato alla ribalta questo tema”.

Appurato quindi che questo sistema non è efficiente, cosa dobbiamo aspettarci dal futuro?

“In primis sarà necessario compiere una valutazione delle esigenze di mercato e ricalcolare partendo da questa base il fantomatico numero chiuso. Per quanto riguarda il metodo di selezione bisogna guardare oltralpe e prendere spunto dai nostri cugini francesi che nell’arco di anni sono riusciti a creare un sistema basato sul merito e sulla qualità del singolo studente. Ovviamente questa riforma, dal punto di vista legislativo, sarà strutturabile in alcuni mesi mentre per quanto riguarda l’organizzazione e l’adeguamento richiederà almeno cinque anni. Quindi per quanto riguarda l’anno 2015/2016 non ci saranno né il tempo né i soldi per compiere uno stravolgimento totale dell’organizzazione attuale, ma si procederà a piccoli passi. Un vero e proprio work in progress che sta appena prendendo forma in direzione di un sistema più liberale”.

Sempre più di frequente coloro che non entrano in Italia optano per frequentare ugualmente la facoltà di Medicina, ma all’estero. Cosa pensa di questa “fuga di cervelli”?

“Indubbiamente la proposta di abolizione del Ministro Giannini è stata in primis provocata da questo dilagante fenomeno. Questa è la prova concreta che ad una persona con buone possibilità economiche bocciata al test in Italia non sia preclusa mai la possibilità di frequentare in ogni caso un percorso di studi di questo tipo. Inoltre a questa persona, nel caso compia il proprio percorso in un paese europeo, essendoci la libera circolazione, non è assolutamente preclusa la possibilità di tornare ad esercitare in Italia. È fondamentalmente un modo per scavalcare attraverso il denaro il problema del test. Basti pensare che in questo momento in Italia ci sono circa 14000 odontoiatri di cui 7000 formati in Italia e altrettanti, sempre italiani, nel resto dell’Europa. Di questi ultimi però non conosciamo l’effettivo livello di competenza ed affidabilità. Perciò, dato che il nostro sistema economico regge 14000 odontoiatri, non sarebbe il caso che venissero tutti quanti formati in Italia, di modo che la loro preparazione sia certificata e garantita in base ai nostri standard? Qui torna inoltre il tema della necessità di un continuo controllo delle competenze per garantire un servizio sempre efficiente”.

Quali sono invece le novità per quanto riguarda le scuole di specialità?

“È stato (finalmente!) attuato l’adeguamento necessario. Fino a qualche tempo fa infatti dei circa 7000 laureati ogni anno in Medicina e Chirurgia solamente 3300 avevano garantito un posto nella scuola di specialità per completare il proprio percorso di formazione. L’anno scorso questi sono stati notevolmente incrementati fino a raggiungere la cifra di 5800. Questo numero in ogni caso rimane adeguato in rapporto al la capienza del sistema universitario e non, come invece dovrebbe, alla domanda del mercato. Questa è oltretutto estremamente difficile da stabilire, poiché il nostro sistema pensionistico cambia continuamente e perciò non si sa quale sarà il turnover, il cui picco è previsto tra il 2018 ed il 2025”.

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