• martedì , 13 novembre 2018

Una polveriera con la miccia accesa

Mentre il conflitto nella Striscia di Gaza si rinnova con maggior violenza dopo la tregua di 72 ore concordata nei negoziati con l’Egitto, gli Stati Uniti riprendono i raid aerei e i bombardamenti contro le postazioni jihadiste in Iraq, nel territorio controllato dall’Isis di Abu Bakr al Baghdadi. Obama, costretto all’intervento in medioriente come i suoi tre predecessori Bush senior , Clinton e Bush jr.,  ha giustificato l’iniziativa armata come un tentativo di difendere le minoranze da un “potenziale genocidio” per mano degli islamisti. Da qualsiasi parte si guardi, questa crisi politica e territoriale potrebbe avere importanti e drammatiche ripercussioni anche a livello internazionale.

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Per quanto riguarda la guerra in atto tra Israele e Palestina, sembra che si tratti di una storia infinita:  dopo la formazione ufficiale dello stato di Israele nel 1947, il rapporto tra la popolazione ebraica e quella araba, in particolare palestinese, si è deteriorato ancora di più, essendo già destabilizzato da millenarie motivazioni etniche e religiose. Tutto ciò porta al continuo riaccendersi di liti politiche e territoriali che spesso, come in questo caso, sfociano in guerre che sembrano sempre di più delle stragi: da un lato troviamo l’organizzazione militare e l’innovazione tecnologica di Israele (basti penare al Mossad e all’Iron Dome), mentre dall’altro le tecniche da guerriglia e una certa arretratezza dei combattenti di Hamas. Uno sbilanciaento di forze che porta i risultati che vediamo tutti, più di 2000 morti in tutto. Un’ulteriore conferma della portata di questi conflitti è il coinvolgimento di molti altri stati, sia arabi che europei, ma anche oltre oceano come gli Stati Uniti, che spesso agiscono ponderando gli interessi in gioco piuttosto che le vite umane e hanno tutto da guadagnare nel caso in cui la strage vada avanti.

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Su un fronte apparentemente opposto troviamo l’Iraq e la nuova minaccia dell’Isis ( Stato islamico dell’Iraq e del Levante), una scheggia impazzita di Al-Qaida, disconosciuta dalla stessa organizzazione nel 2013, che ha come obiettivo l’allargamento del suo dominio su Giordania, Israele, Palestina, Libano, Kuwait e Cipro, dal quale conseguirebbe una imposizione generale della Sharia, la “legge” islamica. Alla luce di queste pericolose rivendicazioni la volontà di intervenire degli USA, anche se non condivisa, è comprensibile. Senza una resistenza adeguata si correrebbe il rischio della formazione di un forte stato islamico guidato non dai partiti moderati, bensì dalle frange più estremiste. A quel punto non potremo parlare più di una questione esclusivamente mediorientale.

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E’ per questo che in una situazione di crisi così delicata e con possibili ripercussioni future è necessario che ogni decisione e iniziativa sia  politica sia militare sia ragionata e meditata a fondo, per evitare di dovercene pentire in seguito.

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