• domenica , 20 Settembre 2020

Fatta la legge, trovato l'inganno.

Il 18 giugno 2014 il Parlamento giapponese ha revisionato una legge emanata nel 1998. Il possesso e la circolazione di materiale pedopornografico sono ora punibili con un anno di carcere o una multa fino ad un milione di yen. In realtà questa legge ha moltissimi limiti. Riferendosi esclusivamente agli atteggiamenti eroticamente espliciti, elimina dalla propria sfera d’azione tutto ciò che riguarda l’allusione (più  o meno) implicita.

E così nell’Impero del Sol Levante dilaga una moda sconcertante: quella delle Junior Idols o Lolicons (contrazione per “Lolita complex”: derivato dal nome di nabokoviana origine, indica l’attrazione per minorenni). Ovvero bambine di dieci anni che appaiono in costume da bagno o sotto la doccia su riviste che vengono vendute nelle librerie e nei minimarket. Senza remore. Nel pieno rispetto delle normative. La legge, d’altronde, non può agire sulla fantasia.

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Ulteriormente esclusa dalla censura è la moda di numerosi video: protagoniste donne mature che si vestono e si atteggiano come bambine delle elementari. La provocazione viene abilmente camuffata da una sorta di film per famiglie. E finchè il desiderio rimane fantasia, è accettabile. E accettato.

Rimane dunque ambigua la definizione legale di pornografia infantile. E mentre alle orecchie di noi (puri?) occidentali stonano tali perversioni, al popolo giapponese ancora sfugge la pericolosità di questo fenomeno. Il confine tra il desiderio nei confronti di una donna vestita da bambina e quello per una bambina reale oscilla tra il labile e l’inesistente.

Astarotte "Lotte" Ygvar and Asuhariet Ygvar from the anime series Astarotte no Omocha ( アスタロッテのおもちゃ )

Nei paesi europei e in qualche stato Usa qualsiasi accenno di pornografia infantile è riconosciuto come reato in quanto violazione della tutela dei minori. E conseguentemente punito. Anche se si tratta di un film di animazione o di un attrice maggiorenne con atteggiamento infantile. Ma, spiega la femminista Minori Kitahara, la cultura giapponese è fortemente influenzata dai manga, sulle cui strisce animate non è raro trovare bambine/i protagonisti di storie a sfondo erotico.

[box]Minori Kitahara è una femminista giapponese che si batte da tempo per le questioni di genere e di sessualità. La sua recente battaglia è proprio quella contro il fenomeno delle Lolicons.[/box]

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Tra l’altro, secondo i recenti dati dell’Onu, il Giappone è il primo consumatore al mondo di pornografia infantile. Le opinioni degli psicologi sul legame tra l’uso di materiale pornografico e i crimini sessuali sono disparate. C’è chi sostiene che uno sia la conseguenza dell’altro e chi invece sostiene che ne sia un deterrente. Fatto sta che, come se già il pensiero non bastasse ad essere condannabile, nel Paese i bambini continuano ad essere vittime di abusi.

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E secondo i dati della polizia giapponese i minori coinvolti nelle “attività” pornografiche sono aumentati in maniera esponenziale negli ultimi dieci anni.

“Tutti sanno che cosa sta succedendo”, scrive la Kitahara. Ma nessuno evidentemente accenna a voler fare retrofront. Una ulteriore causa, secondo le ricerche della femminista, potrebbe essere il fatto che (anche) dal punto di vista erotico la cultura giapponese sia sempre stata fortemente maschilista. Spetta all’uomo comandare nella coppia. E in tutto ciò che da questa deriva. Di conseguenza, anche il mercato pornografico si adegua le esigenze dei consumatori. Maschi. Gli unici che possono accedervi senza essere giudicati sulla propria moralità.

E mentre tutto ciò accade dietro le quinte, in silenzio, la legge non prova a prevenire e fermare questo spaventoso e dilagante fenomeno. Essa si limita a punire i criminali. Ma non sono forse criminali uomini che mettono in costume delle bambine, o vestono le proprie donne da scolarette, consapevoli di quello che suscitano?

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