• mercoledì , 21 Ottobre 2020

Studio Uno

Le serate d’estate, anche per la scarsa presenza di valide alternative culturali e per la fisiologica indolenza che si accompagna all’assenza di impegni scolastici pressanti, spingono a esplorare l’offerta televisiva più tradizionale nei minuti che segnano la coda delle cene.

Può capitare così di imbattersi in programmi che ripropongono vecchie trasmissioni prodotte dalla Rai, ripescate dai suoi archivi sconfinati.

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Anche l’osservatore più distratto non potrà fare a meno di notare abissali differenze “tecnico – artistiche” rispetto alla produzione televisiva attuale. E poiché la televisione ha accompagnato, condizionato e stimolato l’evoluzione della società e del costume, diventa naturale riflettere quanto il nostro Paese sia mutato nel corso di pochi decenni.

Dal primo punto di vista, quei programmi erano popolati spesso da grandissimi artisti, che la distanza temporale e il confronto impietoso con l’attualità restituisce  nella loro dimensione più appropriata. Basta pensare a Antonello Falqui, alla sua regia teatrale e perfezionista, che brilla di garbo ed eleganza, mai volgare, tipica di programmi (oggi impensabili) come Studio Uno e Milleluci.

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Basta pensare alla sensualità delicata e attraente delle gemelle Kessler, all’ironia, sempre attenta a non urtare la sensibilità altrui, di un vero presentatore “a tutto tondo” come Lelio Luttazzi,  fra l’altro ottimo jazzista.  In ambito musicale è quasi superfluo citare “la tigre di Cremona”, “Minona”, come la chiamava Alberto Sordi,  sempre sorridente, naturale, divertente, divertita ed eccezionale.  Le capacità di orchestrazione di Ferrio, Canfora, Piccioni, Trovajoli, Rota e tutti i grandi arrangiatori di quel periodo rimangono ancora oggi insuperate.

 In generale, anche nei programmi a quiz, prevaleva la competenza e la professionalità.

Dal punto di vista del Paese (perfettamente rispecchiato nella e dalla televisione), è evidente il venir meno di un codice generalizzato di garbo, di eleganza, di misura e di buon gusto.

Non si intende certo levare qui una critica generalizzata e anacronisticamente ispirata alla celebrazione dei vecchi tempi che non torneranno mai più. Tale atteggiamento, fra l’altro, è tipico dei bacchettoni bigotti-frustrati.

Si è ben consci che artisti di spessore non mancano anche oggi, così come l’educazione non è scomparsa, senza contare il fatto che molti di quei comportamenti si rivelavano ammantati da una pesante coltre di ipocrisia.

Tuttavia, è più difficile che si colga la statura dei primi, vuoi per l’aumento e la proliferazione dell’offerta, vuoi per un generale scadimento della qualità complessiva, così come la frantumazione dei codici di condotta ha spesso comportato una sorta di privatizzazione della buona educazione, interpretata come un menu a la carte.

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Si potrebbe sostenere, con attitudine provocatoria sessantottina, che quell’epoca fosse annebbiata dall’oppio ancora vivo dell’epoca della controriforma, ma, come disse una volta Philippe Daverio, “caspita che qualità di oppio!”.

Per contro, il mondo attuale è certamente più variegato e “colorato” (come nella televisione si è abbandonato il “bianco e nero” e si è superato il monopolio): le persone debbono, però, saper gestire le nuove possibilità,  poiché alto è il rischio di scambiare l’autonomia (di cui è metafora la TV on demand) con il disimpegno e il superamento di ogni responsabilità.

 

 

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