• giovedì , 15 Aprile 2021

Lo squilibrio della porta accanto

La convivenza con il vicinato può essere molto difficile. Con astiosità e malanimo li abbiamo visti in televisione, i “coniugi di Erba“, Rosangela Bazzi ed Olindo Romano, autori di uno dei più truci ed inspiegabili delitti degli ultimi anni. Sono quattro le persone a saziare l’insana follia dei due coniugi, persino Youssef, bambino di soli due anni, folgorati a coltellate e dati in pasto alle fiamme per celare il misfatto. Forse rumorosa la famiglia Marzouk, ma sopratutto “troppo multietnica”.

Quello di Erba rappresenta sicuramente un caso alquanto estremo, si spera, ma chiunque abbia abitato in un condominio ha di certo qualche esperienza sgradita da raccontare: dai cliché sugli orari di accensione del riscaldamento alla signora che innaffia il terrazzo “fuori orario”, al sempre poco tollerato gioco dei bambini nel cortile.

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Piccole consuetudini che, a quanto sembra, si tramutano in viscerali rancori, che presto o tardi, avvelenano l’usuale convivenza con il vicinato.

Pertanto noti esperti di antropologia e psicologia sociale, in particolare negli Stati Uniti si sono chiesti che cosa, nella condivisione dello spazio vitale, renda così complessa la coabitazione.

La casa in cui si abita, per certi versi, é come il territorio per un animale: a dirlo é l’antropologo Edward T. Hall. Lo studioso ha tentato di analizzare il comportamento umano alla luce dei meccanismi di difesa del territorio propri dei primati. Si parla così di prossemica, ossia la disciplina che studia lo spazio e le distanze all’interno di una comunicazione sia verbale sia non verbale.

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“Secondo la prossemica, le relazioni tra vicini di casa avvengono nell’ambito della cosiddetta distanza sociale e della distanza pubblica, quella che si ritiene necessaria tra persone che non si conoscono, o si conoscono poco”, spiega Stephen W. Littlejohn, docente di comunicazione umana alla Humboldt State University. La prossemica é stata però utile a capire altri fenomeni, per esempio per quale motivo l’invasione di uno spazio considerato protetto generi reazioni di difesa, talora di tipo aggressivo e altre di angoscia o imbarazzo.

“Gli studi di Hall – continua Littlejohn – ci hanno però svelato altri particolari: la percezione di ciò che è spazio personale e di ciò che invece è comune varia da cultura a cultura e, per certi versi, da individuo ad individuo. A seconda della cultura di appartenenza, si possono trovare più o meno invasive forme di comunicazione visiva, orale, uditiva, olfattiva o motoria. C’è chi sopporta i rumori ma non gli odori, chi tollera che si parcheggino le biciclette in cortile ma non che si appenda un quadro o un poster personale sul pianerottolo comune.”

Conclude appunto l’antropologo rilevando che come tutti i luoghi di convivenza di gruppo e di conflitto, anche i grandi palazzi risvegliano l’oscuro lato della personalità di alcuni soggetti: gli schizofrenici, per esempio, manifestano spesso deliri persecutori che hanno per protagonista un ignaro vicino, lo stesso per i malati di Alzheimer. Il nemico diventa, nella mente malata, l’estraneo fisicamente più vicino al luogo in cui si vive. La minaccia è lì, dietro l’angolo.

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Ma per fortuna i casi in cui il conflitto sfocia in violenza sono rari. Frequentissimi sono invece i ricorsi alla legge. Traboccanti i tribunali da cause civili per questioni condominiali: si calcola che in Italia il 55% delle cause civili riguardi la realtà condominiale.

I motivi delle ostilità sono vari, quasi sempre banali, ma a stupire è proprio il modo in cui questa  apparente banalità viene vissuta con un’estrema drammaticità del tutto fuori contesto.

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