• mercoledì , 27 Ottobre 2021

Le buone notizie di Antonio Carriero

Sorride. Il suo sguardo è rivolto ai giovani. Sa infatti di poter mettere a loro disposizione le sue competenze e il suo entusiasmo. E’ Antonio Carriero, nato il giorno di Pasqua del 1988, il 2 aprile. E da qualche giorno lo vediamo aggirarsi per i corridoi di Valsalice.

 Quali saranno le tue mansioni a Valsalice?

“La mia priorità da salesiano è stare in mezzo ai ragazzi nei diversi ambienti che offre la casa di Valsalice. Ai ragazzi di prima media, di prima e seconda Scienze applicate, quarta e quinta ginnasio B e prima scientifico C insegno Religione cattolica; per rilassarmi poi dalle numerose interrogazioni… finalmente le ricreazioni in cortile con gli amici della scuola media, per poi passare nello studio guidato per alcuni di loro fino alle 17.30.”

 Cosa ti aspetti da questa esperienza?

“Ho imparato un trucchetto, negli anni, a scanso di ogni delusione. Per quanto mi è possibile, lasciare da parte le aspettative. Mi adeguo ai ragazzi e alle persone che vivono sotto il mio stesso tetto, convinto ormai che le differenze e la novità dei rapporti mi fanno bene. Aspettative… no. Aspettare per cogliere buoni frutti… sì.”

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 Fuori dall’ambiente salesiano, quali sono i tuoi hobby?

“I miei hobby coincidono quasi sempre con l’ambiente salesiano. E questa è una fortuna, perché ciò che faccio, che penso, che produco nel tempo libero, in realtà va benissimo anche per i ragazzi, per la loro salute spirituale e formativa. Un salesiano – potrebbe dire don Bosco in altri termini – è salesiano a scuola, in cortile, per strada e – aggiungo – finanche nei suoi hobby! Mi sono sempre interessato al mondo letterario di Harry Potter, studiandolo ben bene, fino in profondità, evidenziando alcuni timidi spunti per una riflessione cristiana. Questo mi è servito molto con i ragazzi, fino a convincermi che era opportuno pubblicare un testo sugli stili educativi degli insegnanti della Scuola di Magia e Stregoneria di Hogwarts e riabilitare cristianamente Potter sul quotidiano del Papa, L’Osservatore Romano. In questi ultimi mesi, invece, il mio hobby è andare a spasso per la Terra di Mezzo in compagnia del signor Bilbo Baggins, scrivendo un brevissimo testo che darò alle stampe in vista dell’imminente lancio nelle sale dell’ultimo capitolo dello Hobbit. E quello del giornalista, accidenti!, che è più un hobby che un lavoro…”

 Hai già sentito parlare del Salice? Che cosa ne pensi?

“Ho sentito parlare del Salice prima ancora che diventassi salesiano. La vostra fama vi precede in molti angoli della nostra regione salesiana. Questo è un buon segno. Non si tratta di fama fine a se stessa, ma di una capacità che non tutte le scuole sono capaci e hanno voglia di sviluppare. “Comunicarsi” agli altri è importante e quando a farlo è una scuola, la ricchezza che trasmette è incommensurabile.”

Cosa significa per te fare giornalismo?

“Ha un senso evangelico. Mi ispiro ai primi giornalisti del Cristianesimo, a cominciare dagli evangelisti. La loro “Buona Notizia” era per tutti, non solo per una cerchia di persone. Fare giornalismo è dare, come giovane cristiano, notizie illuminate dalla speranza che ci viene da Cristo. In questo modo si evita un giornalismo allarmista, disfattista o, peggio, catastrofista.”

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Tre parole per definire il giornalismo oggi.

“Poco trasparente nella comunicazione, nel senso che manipola la verità; condizionato quasi sempre da chi vuole il potere; insensibile perché dà più importanza al fatto che non alla persona. Mi sembra un giornalismo di parte ma soprattutto carente di etica professionale, anche se ci sono esempi buoni di giornali, giornalisti e servizi.”

 Come è nata questa tua passione?

“Non ricordo un momento preciso, scavando nella mia memoria, ma so bene che ho sempre scritto o lunghe storie (ne conservo ancora una, lunga circa duecento pagine) e articoli. Sia nella scuola media sia al liceo, mi sono fatto promotore di un giornalino di classe, a cui partecipavano anche alcuni miei amici. Poi è iniziata una carriera più seria scrivendo su Mondo Erre, inizialmente articoli e interviste, poi due romanzi a puntate negli anni 2008-2009. Da lì, sono approdato ad Avvenire e – occasionalmente – sull’Osservatore Romano, il quotidiano del Papa.”

 Un consiglio ai giovani giornalisti del Salice.

“Io ho sempre osservato (e cercato di imparare) dal “mio maestro”. Lasciarsi correggere e consigliare da chi il giornalismo lo fa per mestiere e per vocazione è la miglior strada per imparare ad usare la “penna”.”

 Come ti definiresti in una parola?

“Infrangibile.”

 Secondo te quale piega prenderà il giornalismo? Sei favorevole ai giornali online o resti legato ad un giornale cartaceo?

“Mi piace la parola che hai usato nella domanda. Quale “piega” prenderà il giornalismo. Mi immagino un giornale che si piega, e questo è normale. Penso invece a un tablet o ad uno smartphone che si piegano rompendosi, e questo no, non è normale. In questo caso mi risparmio la battuta sui nuovi iPhone 6!

Credo fermamente che i giornali cartacei continueranno ad esserci ancora per lunghi anni, anche se il modo di fare giornalismo è soggetto al tempo e cambia in continuazione, non sempre in meglio. Il giornale online non lo vedo come un concorrente a quello cartaceo, ma come un amico più giovane, più veloce, più capace di informare i lettori in tempo reale. Il giorno seguente, poi, il caro e vecchio giornale di carta non si ridurrà a riportare esclusivamente la notizia, ma la commenterà, la approfondirà, fornendo chiavi di lettura critica e creando pensiero, opinione. Questo è il miracolo di un giornale di carta.

Eppure, io amo entrambi i formati, ognuno per la sua storia, per la sua peculiarità, per le sue caratteristiche, per il suo scopo. C’è una battuta sul giornale cartaceo e quello televisivo. Pierino dice a suo papà, che guarda il Tg, che la televisione non prenderà mai il posto del giornale. “E perché?” gli chiede il papà. “Perché? – lo apostrofa Pierino – Prova ad ammazzare una mosca con la televisione!” conclude ridendo. Questo – un po’ per scherzare, è un punto in più in favore del cartaceo… E infine, un aspetto che non vorrei tralasciare, è che il giornale di carta mi regala emozioni che il digitale non può: mi piace per l’odore, mi piace sfogliarlo, toccarlo, andare avanti e indietro. Questo crea “legame” fisico e non solo “contatto” con un dito. Non è meraviglioso?”

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Hai a che fare quotidianamente con i giovani. Come vedi i ragazzi d’oggi?

“Ne vedo di tutti i tipi, ma tutti con una grande voglia di vivere esperienze significative e intense. La mia presenza in mezzo a loro mi dice che parte già dalle famiglie il desiderio che i propri figli facciano un percorso scolastico con un valore aggiunto, quello della fede, che non è un discorso chiuso. I ragazzi che incontro in cortile, a cui insegno e con cui gioco, hanno gli auricolari, uno smartphone in mano ed un mondo interiore talmente ricco e vasto che oggi si esprime diversamente rispetto alla mia generazione.

I miei “ragazzuoli” – come solitamente li chiamo – non sono apatici, ma hanno una serie di interessi, comunicano la loro voglia di “spaccare il mondo” attraverso i selfie, la cura del proprio Facebook, chiacchierano in cortile, in classe e nei gruppi WhatsApp con gli amici. Li vedo protagonisti della propria vita. Sembra tutto troppo perfetto? Certamente alcune cose non vanno – come non andavano già quando avevo la loro età – ma io sono lì con loro anche per questo, come salesiano, come uomo, come educatore…senza la pretesa di abbattere in loro ogni resistenza educativa, ma per ascoltarli, per promuoverli, responsabilizzarli. Questi sono i ragazzi di Valsalice, questi sono i ragazzi di oggi. Non ho ancora incontrato nessun ragazzo che non abbia “un punto accessibile al bene”.”

Il tuo rapporto con i social network.

“È molto stretto. Il digitale fa parte della mia vita e mi sono subito adattato ad esso ed esso alla mia persona. Ci si adatta reciprocamente. Ma questa politica l’ho maturata da solo e poco per volta. Non abbiamo ancora insegnanti e genitori capaci – non per colpa loro – di insegnare ai giovani come vivere nell’ambiente digitale. Io ho avuto il mio primo computer a 11 anni e un cellulare (tutt’altro che smart) a 14. Ho dovuto costruirmi da solo un decalogo di regole. Oggi ho un profilo Facebook e Twitter, ho WhatsApp sul mio Lumia e divoro musica su Spotify. Vivo la mia vita con quello che c’è nel 2014, mentre nel 1990 avevo il Robot Emilio. Oggi i social network, ma l’ambiente digitale intero, fa parte della mia vita e sono divertito all’idea che ciò che sono in cortile con i ragazzi lo sono per esempio anche nella condivisione di immagini, video e pensieri sul social di Zuckerberg. Certo, comunico con una modalità diversa, ma sono sempre io. Sempre io, sia in cortile, sia nei network sociali, perché la vita è una sola e non ce n’è una reale e una virtuale.”

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