• venerdì , 25 Settembre 2020

Crea(t)tività

Proprio in questi giorni, in seguito a miriadi di proteste, scioperi, dibattiti, persino spaccature interne ai partiti, il Jobs Act è stato finalmente approvato al Senato, divenendo così legge. Per quanto Renzi abbia entusiasticamente cinguettato il suo parere (“E’ la volta buona!“), ancora scontri, immediatamente successivi al voto, costringono a valutare l’effettiva utilità della misura.

Lo scopo principale è quello di rendere meno stagnante (o sicuro, che lo si intenda dall’altra parte) il mercato del lavoro, eliminando parte delle garanzie per il lavoratore assicurate dal famoso articolo 18. Fondamentalmente, si va a creare una maggiore competizione, nella speranza che, secondo il miglior ottimismo liberista, questo possa permettere all’economia di ripartire.

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Che l’ art. 18 sia divenuto ormai mero dibattito ideologico, privo di reali spunti interessanti, è evidente però da come sempre, tanto agevolmente, si parli di mercato del lavoro, senza comprendere quali mai siano le ‘merci’ esposte in questo mercato. Se infatti a mancare è la materia prima, nessuna riforma del lavoro potrà avere gli effetti sperati: prima che di articolo 18, sarebbe stato il caso di parlare della ‘buona scuola’ auspicata dall’attuale Governo. Affinchè davvero si risolvano i problemi, infatti, è necessario che gli studenti, il mercato del lavoro del domani, ottengano gli strumenti per farlo, tramite l’innovazione, l’evoluzione, la creatività. Come sostiene A. Testa, quest’ultima non è appunto altro che la “nuova, efficace soluzione di un problema”.

Oltre però l’intuizione del genio, molto rara in qualunque società, l’uomo ragiona unicamente a partire da ciò che conosce, lavora su alcune basi: per sintetizzare la sensata proposta dell’ Unione Europea, elaborata in concomitanza dell’ Anno Europeo della creatività, secondo cui questa è ” la condizione sine qua non dell’ innovazione” e ciò va dimostrato anche ” in contesti diversi, quali la scuola e l’università”, senza cultura non esiste pensiero.

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Proprio sotto questo punto di vista dovrebbe innovarsi la scuola italiana: gli studenti, anche i più capaci, risultano preparatissimi dal punto di vista teorico, ma sono carenti nel contatto con i problemi, aspetto fondamentale perchè le conoscenze si applichino all’utile. Questo non significa rendere i ragazzi macchine prive di umanità, dediti solo alla scienza, ma piuttosto la sostituzione di uno studio puramente mnemonico con altri, più funzionali alla produzione, senza illudersi che il mondo accademico e scientifico debbano rimanere separati. La conoscenza senza la pratica rimarrà fine a se stessa, la pratica priva di teoria vuota, come suggerito sul ‘Sole 24 Ore’ da S. Carrubba: “Perchè si crei creatività, La conoscenza deve scorrere da quelli che sanno cose a quelli che fanno cose”.

E’ importante altresì ricordare che l’innovazione, che pure è sempre servita per avvicinarsi all’utile e può far storcere il naso solo a qualche cieco reazionario arroccato sui propri privilegi, non è la panacea per l’economia nè coincide con la felicità. Anche all’interno del Jobs Act, infatti, è necessario che si tenga conto, per evitare lo sfruttamento dei dipendenti, dei diritti umani, nella loro totalità, e delle possibili conseguenze di una competizione folle, funzionale non all’uomo ma alla sola produzione, per cui in un mercato pronto a implodere la ricchezza di pochi si poggia sulla miseria dei più. Che si educhi, allora, oltre sterili discussioni, a una più umana creatività.

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