• domenica , 27 Settembre 2020

Vicine ma lontane

1946. Il conflitto mondiale si è appena concluso. I giuristi italiani vengono incaricati di elaborare un testo costituzionale. Una via inesplorata. Ma, come afferma Ernesto Ragionieri nella sua “Storia d’Italia”, Togliatti (un nome fra tanti) intendeva procedere, citando Dante, “Come quei che va di notte, che porta il lume dietro e a sé non giova, ma dopo sé fa le persone dotte“. L’obiettivo è andare oltre l’oppressione totalitaristica, disseppellire i valori fondamentali dell’uomo in quanto tale.

Firma Costituzione

Il 1 Gennaio 1948 la Costituzione è pronta, ed entra in vigore. Si respira finalmente un’aria fresca, pulita. Una costituzione che, almeno nel suo nucleo fondamentale di 12 articoli, si impone di rispettare i principi inderogabili, le libertà imprescindibili dell’individuo. Un manifesto di democrazia di un popolo che si autoproclama padrone di se stesso. Benigni, nel suo commento alla costituzione “più bella del mondo“, paragona le norme alla cera con cui Ulisse ottura le orecchie perchè, legato, non ceda al canto delle sirene. Allo stesso modo, “i limiti e le forme della Costituzione” (Art.1, comma 2), entro cui il popolo deve esercitare il proprio potere, sono necessari a mantenere integerrima la democrazia. Sono vincoli che rendono liberi. Lo stesso Cicerone, ante litteram, sosteneva che solo sottostando alle leggi, l’uomo poteva dirsi veramente libero.

L’obiettivo della commissione costituente era adattarsi ad una realtà nuova. Diversa da quella fascista. Diversa perchè non si omologa ad una identità comune, non esclude l’alterità ma la riconosce, la rende parte integrante della sua essenza. Da qui, gli articoli 7,8,9 che sollecitano una tutela delle minoranze religiose, linguistiche, culturali. A primo acchito, sessantasette anni dopo, la Costituzione risulta in linea con la società attuale, in cui le minoranze non sono più una sparuta presenza. Una società di cittadini che hanno bisogno di fare appello ai propri diritti, perché venga punita ogni discriminazione.

Costituzione

Eppure, ad oggi, le contestazioni ai 139 articoli sono innumerevoli. La Repubblica non è più “fondata sul lavoro” (Art.1), non “promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto” (Art.4). La scelta professionale ci impedisce di “concorrere al progresso spirituale” (e tanto meno a quello materiale!) del paese (Art-4). Gli articoli, scelti con minuzia, non per essere cavilli da azzeccagarbugli, ma per non tralasciare nessun aspetto della sfera dei diritti, sono diventati ostacoli. Interposizioni tra un presente contaminato dal passato e il progresso. Nei momenti critici è naturale, d’altronde, cercare un capro espiatorio. Nell’era del facile populismo e della crisi di valori, la Costituzione è colpevole perché obsoleta. E’ un atteggiamento tipico dei giovani, ribelli, che allontanano gli anziani. Perchè sono vecchi e non capiscono. Invece che fare ricorso alla loro esperienza, li ignorano. Peggio, li disprezzano. Ancora di più, li incolpano.

Il tempo, però, non muta gli alti valori morali che hanno dato vita alla Costituzione. E’ un grande impegno comune quello che viene richiesto alla nostra società, oggi: collaborare per riscoprire i principi fondanti della Repubblica che viviamo. Il duplice rispetto di diritti e doveri. Soprattutto di doveri, inderogabili, che oggi più che mai siamo chiamati a considerare. Il diritto e il dovere di votare. Il diritto e il dovere di lavorare e di contribuire economicamente. I capricci, gli scontenti, le lamentele di chi critica il testo costituzionale non tengono conto della volontà comune che ne è principio fondante e di cui la Costituzione è espressione.

la_repubblica_italiana1

[box]”Questa ricorrenza ci sollecita a porre in piena luce quei principi e valori […] che hanno consolidato il patto fondativo della nostra vita democratica. Quei principi vanno quotidianamente vissuti e concretamente riaffermati […], sollecitati da leggi e scelte di governo, ma che devono tradursi in comportamenti individuali e collettivi.”[/box]

Così si esprimeva Giorgio Napolitano, allora Presidente della Repubblica, alla celebrazione del 60° anniversario della Costituzione (23/1/2008). Un grande auspicio che ci spinge a non lasciare quei valori ancorati al passato, ma a rispolverarli. A mantenere perennemente fresca l’aria di democrazia che li ha trasportati fino a noi.

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