• domenica , 20 Settembre 2020

Lui, il mistero

Avanza lento, con lo sguardo fisso, Il Viandante sul Mare di Nebbia.

Lui, lo straniero, lo sconosciuto, l’enigma.

Dietro di lui rimbomba un inconfondibile chiacchiericcio di chi e perchè, tra i pettegolezzi che ipostizzano l’uomo, che creano storie e miti.

E’ ovvio che, inevitabilmente, si cerchi di leggere nei suoi occhi il passato, rivelando ogni piccolo aspetto di quell’entità che non si conosce, scoprendo qualcosa in più su di lui.

Lui, il mistero.

E l’arte, con pennelli o scalpelli, lo raffigura proprio così con le sue zone d’ombra e di luce, sottolineando ogni aspetto che lo rende il “diverso”. 

Spesso è l’esiliato, il solo, il povero o l’oppresso e dai suoi capelli scarmigliati, “imbrattati di salsedine”, si staglia un novello Odisseo che ci cinge le gambe, ci prega di accoglierlo. Di fidarci.

Perchè in lui forse riuscirà a risorgere l’uomo che era. L’eroe o il brigante. 

Eppure talvolta ci limitiamo a voler scorgere in lui l’untore, la causa, il danno e il maleficio.

La nostra cultura, evolevendosi secolo dopo secolo, ha tentato di ritrarlo, di farne un quadro sincero e fedele.

Perchè almeno nel profondo nero dell’inchiostro possiamo delineare o cercare di dare una spiegazione alla realtà che ci circonda.

E nell’analisi più profonda, più vera dell’animo umano, i grandi autori hanno scoperto che quello che loro descrivevano nei panni di un cencioso questuante, o un affascinante uomo del mistero, non era che una lieve sfuatura di ognuno di noi.

Noi che possiamo essere uno, nessuno e centomila.

Che ci possiamo estraniare dal nostro mondo per tendere verso qualcosa di altro, di superiore.

E conseguenzialmente al nostro ricercare, al nostro seguire un sogno cercando di realizzarlo, spesso siamo criticati.

E una sottile frenesia di chi e perchè si eleva alle nostre spalle.

Noi, gli stranieri, gli esiliati in terra patria, gli eroi egotici e titanici.

Come albatri ci eleviamo nei nostri voli pindarici, re e regine del nostro cielo. Più in alto di tutti gli altri.

E non siamo compresi, non possiamo essere compresi.

Manzoni al posto di un semplice sussurro, parla persino del “grido che aveva rattenuto fin da allora” la vecchietta che, “fattasi ancor più brutta”, aveva accusato Renzo, nei Promessi Sposi. 

In quella deformità fisica e morale che la rende orribile si nasconde la paura della malattia e la possibilità di scaricarsi di un peso.

Accusando lui, lo straniero. Il capro espiatorio. 

Eppure talvolta, come ci insegna Pirandello nella sua novella Lontano, qualcuno c’è.

C’è quella persona che si fida dello sconosciuto, che lo accoglie e riesce a cogliere nel suo animo quella fratellanza che va oltre il colore della sua pelle, della lingua e della tradizione. E riesce a comprendere non “le parole che egli disse, ma i gesti e l’espressione del volto”.

Esiste dunque una Nausicaa, che seppur tra le grida delle compagne percepisce la sofferenza e accoglie lui; non lo straniero, ma L’uomo .

La letteratura, dunque, di pari passo con l’arte, insegna.

Entrambe ci fanno sorvolare la poliedrica realtà visiva e psicologica della persona che ci sta accanto o che potenzialmente potremmo essere persino noi.

E ci indirizzano verso strade già percorse, già battute, come afferma Seneca nel suo De Brevitate Vitae, dai grandi o dai miseri.

Su sentieri lastricati di parole, lievi o sussurrate, urlate in piazza o osannate che ci possono condurre o meno , al segnale del magico tintinnio del consapevole “LO VOGLIO”, verso un atteggiamento ( buono o negativo che sia lo decida il lettore) da avere nei confronti dello straniero, dell’esiliato.

Nei confronti di ciò che noi potremmo essere.

Non si parla mai del volto del viandante (l’enigma per eccellenza) di C.D. Friederich.

Però non si può fare a meno di immaginarselo.

Un sorriso mesto. 

Un occhio che rimpiange il passato, ciò che è alle sue spalle.

L’altro occhio che sorride perchè ama “le nuvole… Le nuvole che vanno… laggiù, laggiù… Le meravigliose nuvole”

(Baudelaire, Lo Straniero)

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