• venerdì , 19 ottobre 2018

I 12 punti di Renzi

Il ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, Stefania Giannini ha presentato in Consiglio dei Ministri le linee guida de “La Buona Scuola”, la riforma proposta dal Governo Renzi, per rilanciare l’istituzione che più tocca noi giovani.

[box]Il ddl, spiega il ministro, “prevede un piano di assunzioni straordinario per tirare una linea definitiva rispetto al passato sul tema del precariato. Stiamo dando alla scuola i docenti di cui ha bisogno per potenziare la sua offerta formativa. Mai più supplenze che fanno male alla didattica: gli studenti avranno la continuità a cui hanno diritto”.[/box]

Il testo ha preso vita anche grazie al contributo dei cittadini: 1.800.000 partecipanti alla consultazione on-line e off-line, 2040 dibattimenti e coinvolgimento del 70% delle scuole.

La sintesi degli obiettivi del governo, stabiliti anche grazie ai risultati raccolti dalla consultazione pubblica, consiste in questi 12 punti:

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Abbiamo deciso di intervistare chi si intende di scuola, chi la vive tutti i giorni sul campo e può veramente giudicare l’utilità o meno della riforma e abbiamo scelto il prof. Bove.

Quali sono, secondo lei, i lati negativi dell’eliminazione delle graduatorie ad esaurimento?

I lati negativi dell’eliminazione delle graduatorie di per sé non esistono. Occorre capire se e come verranno reimpiegati i cosiddetti insegnanti precari. Se,  come pare, avranno un contratto a tempo indeterminato questo segnerebbe un passo in avanti nei diritti,  cioè la sicurezza di un impiego e di uno stipendio anche nei mesi estivi, cosa che finora non accadeva, perché anche ottenendo una supplenza annuale si aveva la certezza di essere licenziati il 30 giugno con la speranza di ottenere un nuovo impiego dal primo settembre.

Basta supplenze. Non era un bel campo di prova per gli insegnati in erba?

Con i tirocini a cui i giovani insegnanti devono partecipare,  un primo contatto con la classe è assicurato. I corsi abilitanti hanno almeno il pregio di far prendere confidenza con le dinamiche dell’insegnamento.

Ogni 3 anni, 2 insegnanti su 3 avranno 60 euro netti in più in busta paga. Come stabilire il merito?

Attraverso le relazioni sul lavoro svolto si possono capire il metodo e gli strumenti utilizzati dall’insegnante. Questo è un primo passo per valutare il merito. Ma ritengo che il giudizio di allievi e genitori non debba essere sottovalutato. I ragazzi quasi sempre hanno la lucidità necessaria per valutare l’aspetto didattico e le capacità di relazione del docente. Giudizi positivi da parte di studenti brillanti permettono di capire quanto un  insegnante sia in grado di far emergere le qualità degli allievi. Nello stesso tempo, giudizi positivi da parte di studenti con un percorso scolastico più difficoltoso fanno luce sulle capacità di andare incontro ai limiti dei ragazzi e, magari, di affrontarli con profitto.

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Come vede la formazione obbligatoria continua per i docenti? Non è meglio insegnare PRIMA a insegnare?

Formazione e aggiornamento sono fondamentali. Non si insegna a insegnare, perché lo si impara sul campo. E più un docente è preparato,  maggiori saranno le sue possibilità di trasmettere il sapere con passione ed efficacia. La maggior parte di noi ha fatto tesoro della propria esperienza di studente e ha come punti di riferimento i docenti migliori che ha avuto. Piuttosto, ritengo necessario che siano valutate le capacità psicologiche e l’equilibrio di chi sarà chiamato ad interagire con un mondo difficile come quello degli adolescenti.

Con carenza di fondi e problemi ben più gravi (come locali fatiscenti) è prioritaria l’installazione nelle scuole di wifi e banda larga?

Non credo che nelle strutture che richiedono interventi di ripristino dei locali si investiranno le risorse disponibili in ciò che non è prioritario. Sarà compito dei dirigenti scolastici individuare le emergenze e richiedere gli interventi necessari.

”La buona scuola” prevede l’insegnamento di una lingua straniera a partire dai 6 anni quando gli italiani non parlano bene nemmeno la propria lingua. Come coniugare le due cose, se è possibile?

Il problema è delicato. La lingua si impara ascoltando chi parla correttamente. Io estenderei il metodo della listening, utilizzato per l’apprendimento delle lingue straniere, anche all’italiano. Nel nostro paese, invece, si tende ad insegnare la lingua madre con un eccesso di normatività, come se fosse un insieme di regole astratte da imparare a memoria. Un tempo questo si poteva fare perché i ragazzi erano abituati ad usare quotidianamente la lingua e dunque le regole venivano di conseguenza e si assimilavano. Oggi gli strumenti di comunicazione sono cambiati: si legge e si scrive di più, ma con bassa qualità e così si disimpara a parlare perché non si è più abituati all’ascolto.

La riforma prevede un grande controllo dei docenti in assunzione. E su quelli già assunti?

Quelli già assunti hanno acquisito dei diritti che non si possono più mentre in discussione. Ed è giusto così. Bisogna attendere il ricambio generazionale. È questione di tempo.

Questa riforma della scuola è evidentemente più economica che didattica. E’ giusto dare la priorità al denaro che alla cultura nell’attuale momento di crisi?

Occorre fare i conti con le risorse disponibili, non ci sono alternative. Per anni la scuola è stata un ammortizzatore sociale che ha drenato fondi destinati a pagare personale in eccesso, senza alcuna ottimizzazione. Questo complica le cose a tutti i governi che provano a mettere mano ad una riforma. Da qualche parte bisogna pur cominciare.

Nessun fondo alle paritarie. Perché? Risparmierebbero lo stato e i contribuenti. E’ solo un fatto ideologico?

Probabilmente sì. Ci sono troppe resistenze a livello ideologico nei confronti della scuola paritaria. E non ci sono ancora le condizioni né il coraggio necessari per cambiare le cose. Almeno nell’immediato.

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