• giovedì , 26 Novembre 2020

L'ostacolo all'apertura

L’essere umano è, per sua condizione esistenziale, dotato di una duplice natura: da un lato l’irrefrenabile corsa, l’attrattiva, il vitalismo, il desiderio di partecipazione; dall’altra parte, però, il freno, il distacco, l’inadeguatezza, la proibizione. La finestra è da sempre l’immagine che artisticamente incarna il dualismo titanico cui l’uomo è sottomesso. L’ostacolo, talvolta interno, talvolta esterno, che impedisce all’uomo di raggiungere l’oggetto del desiderio.

Nell’arte, la finestra è tramite delle più svariate tensioni, prima fra tutte la natura. L’uomo che si affaccia e ammira la grandiosità di essa, ne gode, se ne commuove. Giacomo Leopardi, in “A Silvia”, ascolta la realtà quotidiana che lo circonda: il canto della ragazza, il lavoro al telaio… E poi amplia l’orizzonte: vede il monte, il mare, lascia che la fantasia lo pervada. Mentre lui, dietro la finestra, non può far altro che meravigliarsi della ineffabilità di tale spettacolo. Anche Pascoli, in “Mare”, si abbandona alla contemplazione del tremolio di onde e stelle. Sperando, forse, di raggiungere quel nido familiare che ora non gli appartiene più. La tenerezza suscitata dalla maestosità della natura spinge l’uomo  a commuoversi di gioia e a dolersi per la sua miseria. E, mentre guarda fuori dalla finestra, Bertolucci viene invaso da una grande tenerezza: “[…] e una voglia di piangere senza perchè.”

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Tuttavia, ciò che spinge l’uomo a trovare l’oltre, il varco con l’esterno, non è solo una dolcezza sentimentale. Egli è pur sempre un animale sociale: la folla, la massa costituiscono un’attrattiva innegabile. Sarebbe facile omologarsi al “rumor mondano” che, però, egli dalla finestra non comprende. E’ di nuovo Leopardi ad osservare la preparazione della gioventù per la festa del paese, senza prendere parte alla loro tristezza inconsapevole. E’ il signore manzoniano che scruta “il mobile spettacolo della folla”. Guarda, guarda intensamente, percepisce la “gioia comune”, ma non può farne parte. E inevitabilmente in lui “aumenta in cuore una più che curiosità di sapere cosa mai potesse comunicare un trasporto uguale a tanta gente diversa”.

finestra

Un’ulteriore sfumatura interpretativa sul significato della finestra è suggerita dalle maliziose donne di Verga. Rocco Spatu, infatti, “si era lasciato irretire da una di quelle che stanno alla finestra con la faccia tosta”. In tanta letteratura, infatti, la finestra diventa ottimo espediente per l’incontro amoroso spesso ostacolato. La tradizione favolistica ci insegna, per esempio, che la principessa Raperonzolo era costretta a comunica attraverso la finestra, da cui lasciava cadere i lunghi capelli. Shakespeare, poi, aveva fatto sì che l’odio tra Montecchi e Capuleti si placasse per mezzo del balcone: ponte tra la bella Giulietta e il proibito amante. Era così che la fanciulla tentava di eludere il divieto paterno, senza infrangerlo. Così si avvicinava al desiderio senza infrangerlo del tutto. E sempre attraverso una finestra, infine, Emily Bronte permetteva che la defunta Catherine tormentasse l’amore rinnegato, Heathcliff.

Finestra-aperta

Sebbene comunque la letteratura sia ricca di riferimenti simbolici a questo proposito, è l’arte pittorica a farci comprendere pienamente il rapporto bivalente, la gigantomachia tra il desiderio e la impossibilità di realizzarlo. Già l’impressionista Caillebotte aveva ipotizzato una presa di coscienza: un uomo che osserva, in piedi, di spalle di fronte ad una finestra, la realtà parigina ottocentesca. La vera rivoluzione, però, è surrealista. Magritte chiude ogni varco: la finestra è chiusa. Il cielo terso all’esterno si intravede soltanto. Matisse, al contrario, elimina il confine tra esterno ed interno, quasi a simboleggiare, finalmente, un’appartenenza dell’uomo all’esteriorità: “Quando, aprendo la finestra, pensavo che avrei avuto tutti i giorni quella luce davanti agli occhi, non potevo credere alla mia felicità”.

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