• domenica , 25 Ottobre 2020

Una vocazione a servizio della Vita

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Il Salice intervista il Dr. Stefano Lijoi, dirigente medico della struttura complessa di oncoematologia pediatrica dell’ospedale Regina Margherita. La bella realtà di un uomo che, attraverso l’incontro quotidiano con i suoi piccoli “grandi” pazienti, trova il vero significato della sua professione e della vita. Una ricca testimonianza per coloro che sognano, in un futuro più o meno lontano, di indossare il camice bianco.

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Dr Lijoi, che cosa l’ha spinta a diventare medico?

La prima cosa che mi viene da dire è che, in realtà, io non ho mai pensato ad altro: è stato un sogno in costante aumento durante la mia crescita. Fin da ragazzino sono sempre stato determinato a diventare un medico, pur non avendo un padre dottore o fratelli che avessero seguito quella strada.

 Perché ha scelto proprio oncoematologia pediatrica?

Dopo gli studi classici a Napoli, mi sono laureato lì e certamente sono stato influenzato dalla volontà di non scegliere l’organo.  Volevo avere una visione d’insieme più ampia e unitaria – i corsi di laurea preparano in modo molto settoriale – e rimanere nell’ambito della medicina interna. Scegliere quella dell’adulto, a quel tempo, significava fare quasi solo cardiologia, siccome c’era più richiesta, e perciò ho scelto pediatria. Per quanto riguarda oncoematologia, ho lavorato per pochi mesi all’ospedale di Susa e sono ritornato a Napoli per un’esperienza di pediatria territoriale (consultorio) in un’A.S.L. nel quartiere di Poggioreale. Presa una seconda specializzazione in Igiene e Sanità Pubblica ho fatto diversi concorsi e, nel 1998, ho vinto qui a Torino con una terza specializzazione in oncoematologia. Tra l’altro io seguo le cure palliative occupandomi, di fatto, di chi non guarisce.

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Pensa che l’esperienza all’estero possa servire per un futuro medico?

Personalmente non ho fatto esperienze all’estero. Penso, però, che possano essere utili durante la specializzazione o appena dopo ma non credo che cambino la vita durante il corso di laurea.

Quanto conta il costante aggiornamento nella professione di un medico?

In pratica è tutto. Bisogna solo scegliere la strategia più fruttuosa: l’aggiornamento è sempre stato un’esigenza fondamentale e lo è ancora di più nei tempi moderni in cui il paziente arriva dopo aver smanettato su Internet. Egli corre il rischio di rimanere confuso o, per certi aspetti, di essere più aggiornato del medico stesso, sulle ultime notizie. Occorre, quindi, consultare le fonti opportune: riviste scientifiche di una certa importanza online e articoli, non necessariamente i congressi che spesso sono più delle occasioni di politica, nel senso di contatti personali, che non fonti di un vero e proprio arricchimento professionale.

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Come si svolge la sua giornata lavorativa?

Con una media delle classiche 8-9 ore  quotidiane. Per quanto mi riguarda, faccio principalmente attività di ambulatorio e, come tutti i colleghi della mia equipe, partecipo a turni e a guardie lavorative.

Quali sono gli aspetti più gratificanti della sua professione?

Innanzitutto il rapporto con i bambini che si muovono in un ambito di patologia grave e che quotidianamente insegnano e sottolineano gli aspetti principali  della vita. Sostanzialmente si è sempre più portati a prestare attenzione sulle cose veramente importanti della vita, tramite il loro esempio. La gratificazione coincide anche con la soddisfazione di aver contribuito, dal punto di vista professionale, alla guarigione, in un campo dove non sempre si guarisce. Il rapporto umano, quindi, è fondamentale in quello professionale.

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