• sabato , 20 Luglio 2019

Eurovalsa. I prof "oltre confine"

La professoressa di Inglese Laura Cara che bene conosce le dinamiche di apprendimento fuori dai confini nazionali ci illustra il suo parere sullo studio all’estero dei nostri ragazzi.

 

Riguardo lo studio sulla lingua siamo all avanguardia?

 Direi di no. Nella maggior parte delle scuole italiane lo studio delle lingue straniere è tuttora ancorato a vecchi schemi. Per prima cosa, sono ancora troppi pochi i docenti che usano la lingua che insegnano in ogni momento di interazione con gli studenti: addirittura alcuni  la usano soltanto per interrogare !. Un secondo aspetto è legato alla metodologia: proporre lezioni interattive, specie nei primi anni di studio, richiede tempo e, soprattutto, passione e desiderio di rinnovarsi. Infine, sono pochi i docenti che abbiano fatto esperienza di vita nel Paese la cui lingua insegnano e questo ricade sulla qualità della loro conoscenza

 La riforma aiuta a offrire un buon livello di inglese nelle scuole?

E’ un inizio. Condivido il progetto CLIL che introduce l’inglese come lingua veicolare nell’insegnamento di altre discipline; naturalmente occorrerà ancora qualche anno prima che possa andare a regime (per tutte le scuole e con le stesse modalità, si spera!) Per quanto riguarda, invece, l’insegnamento in generale resto dell’avviso che l’abilitazione di un  docente di lingua straniera dovrebbe richiedere l’obbligo di una certificazione C1 (da rinnovarsi nel tempo) e un tirocinio serio guidato da Insegnanti davvero preparati e competenti: ne ho conosciuti pochissimi tra i tanti formatori che ho avuto modo di incontrare!

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 Quanto un ragazzo italiano è pronto ad entrare in contato con la mentalitá inglese/straniera?

 Questo è un aspetto che dipende dal singolo! Fare un’esperienza di studio e di vita all’estero significa soprattutto aprirsi all’altro, ampliare la propria mentalità, appunto. La tradizione del Gran Tour era la modalità con la quale i nostri antenati si aprivano all’Europa  nell’ Ottocento. Comunque, l’esperienza mi dice che, mediamente, il giovane italiano non ha problemi ad inserirsi in un contesto straniero.

 Oggi i ragazzi sono piu aperti ad uscire dall’Italia?

 Certamente sì. E non mi riferisco soltanto a coloro i quali credono di non avere opportunità professionali nel nostro Paese. Vivere all’estero, che sia per un breve periodo o per un’esperienza più lunga, non fa più paura! A questo ha contribuito il progetto Erasmus, indubbiamente.

 Fare una scelta di studio del genere corrisponde ad una definitiva scelta di vita,che non include il rimanere in italia?

 No, non credo proprio. Dipende, è vero, da molti fattori (non ultimo il settore in cui si è studiato) ma conosco tanti giovani che, pur avendo frequentato università o seguito masters all’estero, sono poi rientrati in Italia, magari dopo una prima esperienza di lavoro sul posto che ha fornito loro un buon biglietto da visita!

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 Cosa spinge le famiglie ora a puntare tutto sull’estero?

 Spesso una moda. E’ altresì vero che viviamo in un contesto internazionale e avere l’opportunità di confrontarsi con quanto è oltre confine non può che rendere migliore una generazione. Anche per rivalutare la propria cultura!

 Quanto conviene fare anni all’estero durante il liceo? I pro e i contro

 Forse ‘anni’ è esagerato, ma certamente un periodo all’estero aiuta a crescere:si acquista maggiore fiducia in se stessi; si scoprono stili di vita diversi che spesso portano a ridimensionare il proprio; si matura, insomma. Per contro, se affrontati con leggerezza, senza il desiderio di “capire” cosa ci sia dall’altra parte, del periodo all’estero rimarrà soltanto il ricordo di una vacanza un po’ sui generis….

Sarebbe una buona idea che la scuola possa offrire degli stage di lavoro all estero per unire oltre l’esperienza lavorativa anche l’apprendimento della lingua?

Sarebbe un’ottima idea!! E’ obbligatorio in molti Paesi stranieri svolgere da tre a sei mesi di tirocinio nell’ambito della specializzazione che si intende conseguire e un buon numero di studenti sceglie di svolgerlo nel Paese del quale ha studiato la lingua, per unire i due aspetti della formazione. In Italia si comincia a parlarne solo da poco tempo e non certo in tutte le scuole. Ancora una volta, Valsalice  gioca d’anticipo e da quest’anno propone un’esperienza di questo tipo: mi auguro venga accolta nella giusta misura, superando il provincialismo nazionale  secondo il quale lavorare da studenti è sinonimo di mezzi economici ristretti!

 Come va in insegnato l inglese oggi?

 Domanda da un milione di … sterline! Well, join Valsalice and you may get a clue! Scherzi a parte, parlandolo e facendolo parlare nei contesti più disparati. Senza illudersi, tuttavia, che un comunicative approach sia sufficiente: esiste una grande differenza tra “usare” un idioma e “parlare una lingua” quindi l’attenzione e la cura nell’uso della grammatica, di un vocabolario ampio, ecc, ecc sono essenziali. Invitare a leggere e “ripetere” ad alta voce aiuta tantissimo a familiarizzare con la propria voce che usa un idioma insolito. Internet può e deve essere sfruttato, ma non semplicemente scaricando materiale: va tagliato su misura sulla Classe. Il  tutto, naturalmente, unito a paassione ed entusiasmo…  Ma questo dovrebbe valere per ogni tipo di professione!

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