• domenica , 20 Settembre 2020

La dolce attesa che lascia l'amaro in bocca

1980. Una donna qualunque durante un giorno qualunque in un ospedale qualunque dà alla luce un bambino. Sembrerebbe una storia come tante, se non fosse per un semplice minimo dettaglio: quel bambino non é uno qualunque. L’ha partorito per 10.000 dollari a 37 anni la prima mamma surrogato al mondo, alias Elizabeth Kane.

È la storia di uno straordinario atto di filantropia, che ha permesso a una coppia di avere finalmente un figlio naturale, di poter esercitare pienamente un diritto fondamentale che sarebbe stato altrimenti negato dalla loro infertilità.

Quel giorno é stato il primo di una serie di sogni realizzati, di lacrime di gioia e di braccia di madri che stringevano per la prima volta al petto quella creatura tanto desiderata che aveva passato i nove mesi prima nel ventre di un’altra donna. Di un’altra madre.
Perché una madre surrogato é pur sempre una madre, come lo era Elizabeth Kane: per prima nel 1980 aveva ospitato nel suo grembo un figlio che non le apparteneva e da cui aveva dovuto separarsi per sempre. Per prima fu segnata emotivamente dalla perdita del bambino a tal punto da diventare da mamma surrogato una delle più accanite sostenitrici della lotta contro la surrogazione di maternità.

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La surrogazione di maternità o maternità surrogata per definizione è l’atto volontario di una donna di sostituirsi a un’altra nella gravidanza e nel parto. Si distinguono due tipi di maternità surrogata: tradizionale e gestazionale.

Nella surrogazione tradizionale la donna viene inseminata artificialmente con il seme dell’aspirante padre o di un donatore. Questa pratica é vietata nella maggior parte dei paesi a causa del forte legame che si crea tra madre e feto, dato che l’ovocita appartiene alla madre surrogato. É il caso di Elizabeth Kale.

Nella surrogazione gestazionale invece sono impiantati nell’utero della donna embrioni formati dal seme del padre ricevente o di un donatore e da ovociti della madre ricevente o di una donatrice.

La maternità surrogata a scopi commerciali, ovvero nel caso in cui la madre surrogato viene pagata, é legale in alcuni stati degli USA come la California, o in paesi come Russia, India, Ucraina, Tailandia e Grecia. Vi sono poi degli Stati in cui é permessa solo se non si prevede un compenso per la madre surrogato, come in Inghilterra, Danimarca e Belgio. Ma in Francia, Germania, Spagna, Italia e in altri paesi questa pratica é vietata.

Vietata. In paesi che dovrebbero essere baluardo dei diritti umani fondamentali proprio questo diritto é negato. Questo diritto che supera palesemente in importanza e urgenza quello di migliaia di orfani nel mondo di avere una casa, una vita dignitosa, un’istruzione, una famiglia.

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Perché la pretesa di una coppia di avere un figlio con un patrimonio genetico che si avvicini anche solo lontanamente al loro, per nulla priva di razionalità o buon senso, merita effettivamente più attenzioni del sogno di un bambino di essere adottato.

Perché il diritto individuale di una persona di diventare padre o madre, supera quello di un qualunque essere umano di non essere comprato” dai propri “genitori”, di avere un solo padre e una sola madre e di essere concepito, crescere e vivere per nove mesi nel grembo di una madre che lo ama, e non in quello di una donna pagata per farlo o- nel migliore dei casi- che pur non avendolo partorito a scopo di lucro non avrà mai più un contatto con lui.
Perché non é assurdo affermare che una persona può arrogarsi il diritto di possederne” un’altra e farla nascere in condizioni se non innaturali, chiaramente artificiali, solo perché quella persona ancora non esiste. Che può arrogarsi il diritto di spingere una donna ad “affittare” il proprio utero e a cercare di mettere a tacere un qualsiasi moto di affetto nei confronti di una creatura che é  naturalmente spinta ad amare.

“Quando ho proposto di diventare una madre surrogato,mi sono fatta una domanda: “posso andare a casa dall’ospedale senza i bambini?” Questo mi sembrava il fulcro dell’intera questione. Se non fossi stata in grado di farlo, non avrei potuto essere una madre surrogato. Ho deciso che ci sarei riuscita e, avendo fatto quella promessa, so che devo onorarla. In ogni caso, diventa sempre più difficile.” Queste parole amare sono tratte dal “Secret diary of a surrogate mother” pubblicato dal theguardian il 27 aprile 2013.

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Per quanto si possa essere una “macchina perfetta per procreare”, come si definisce nel libro di Serena Marchi Madri comunque” Natasha, mamma surrogato che affronta le sue gravidanze con una freddezza lucida e disarmante, fino a che punto una donna può sopportare di vedersi portare via il figlio cresciuto nel suo ventre? Fino a che punto la società può permetterlo?

In un mondo dove si denuncia ogni forma di schiavitù e sfruttamento, dobbiamo essere sicuri che la maternità surrogata non sia un nuovo tipo di schiavitù, che i bambini “artificiali” nati dalla surrogazione non abbiano ripercussioni psicologiche, che sia giusto sostenere il diritto di coppie sterili di avere figli “naturali” contro quello degli orfani di essere adottati.
Ne abbiamo bisogno per poter affermare in tutta onestà che le leggi vigenti nei nostri paesi tutelano i diritti di ognuno, per poter fare sogni tranquilli senza remore, per poter mettere a tacere quel terribile dubbio che ci fissa negli occhi attanagliandoci.

Perché sappiamo che dietro il desiderio spasmodico di avere la conferma di non star commettendo un grave errore, c’é la consapevole certezza di stare sbagliando. Ma non è troppo tardi per rimediare.

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