• martedì , 24 Novembre 2020

Italiano. Scusate, Itagliano

C’è una credenza tra gli studenti: a ogni errore grammaticale muore un insegnante di Italiano.

Fortunatamente non è così anche perché, se così fosse, l’Italiano scomparirebbe dalla lista delle lingue – nessuno la insegnerebbe- e la facoltà di lettere chiuderebbe i battenti – nessuno si iscriverebbe al corso di laurea.

Tuttavia si rimane basiti quando si legge sul giornale che il livello di errori grammaticali nella lingua italiana – sintassi, punteggiatura, ortografia – è in crescita; ciò che sconcerta maggiormente è che questo fenomeno non è presente solo tra gli studenti delle elementari, ma anche tra i maturandi e universitari.

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Si sa, un bambino agli inizi è sbadato, spensierato e superficiale, gli errori che commette sono frutto di distrazione o di ignoranza. Non sa come si scrive una parola o non conosce alcune eccezioni, ma da un ventenne ci si aspetterebbe un’ adeguata padronanza della lingua e attenzione durante lo svolgimento delle sue attività.

Qualche dimostrazione pratica. Pochi giorni fa la facoltà di Giurisprudenza di Pisa ha annunciato che per l’anno prossimo saranno aperti dei corsi di grammatica italiana per i propri studenti.

Sorge spontanea una riflessione: certamente a  Giurisprudenza il pane quotidiano è il Diritto, ma come si può fare affidamento su un avvocato che non è in grado di esprimersi, di formulare frasi di senso compiuto o di stilare un’arringa senza contaminarla con un errore grammaticale. E ancora. Secondo una ricerca della Paac (Programme for the International Assessment of Adult competencies) si sta assistendo a un fenomeno di regressione: dopo le scuole medie si disimpara l’Italiano e la tendenza è quella di continuare negli anni dell’università fino all’ età adulta. Di male in peggio quindi, considerando il fatto che si sta abbandonando il concetto di comunicazione. Attenzione alla forma e chiarezza del contenuto. Non serve solo far capire il senso del discorso, è altrettanto necessario curare la modalità in cui si scrive.

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Ed è proprio questo il problema: con le frasi accondiscendenti “Avrà tempo per imparare” o “ Hai fatto un errore , ma non è grave” molte persone si stanno convincendo che esiste la forma corretta, ma che a volte questa possa essere sostituita da quella sbagliata. In questo modo il bambino si convincerà che il pronome personale gli può essere usato riferendosi a una femmina, che non è poi così sbagliato scrivere qual’ è – tanto un’ apostrofo non ha mai ucciso nessuno – e intervenire con corsi extra, manuali e fascicoli di grammatica quando si è già adulti lascia il tempo che trova. La pianta è cresciuta, se è storta resta tale.

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Perciò il “regresso” di cui parla la Paac dimostra un graduale disimpegno nell’ insegnamento, una costante abitudine a non badare troppo alla forma, ma al messaggio. Forse si potrebbe prendere in considerazione l’ opzione di rimboccarsi le maniche iniziando ad essere meno superficiali nelle correzioni degli orrori grammaticali fin dalle elementari. “ Avrà tempo per imparare”- non si discute-  ma per sapersi esprimere correttamente …. no.

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