• lunedì , 21 Settembre 2020

Un urlo a bassa voce

“Una sera camminavo lungo un viottolo in collina nei pressi di Kristiania con due compagni.        

Era il periodo in cui la vita aveva ridotto a brandelli la mia anima.                                                       

Il sole calava, si era immerso fiammeggiando sotto l’orizzonte. Sembrava una spada infuocata di sangue che tagliasse la volta celeste. Il cielo era di sangue sezionato in strisce di fuoco, le pareti rocciose infondevano un blu profondo al fiordo scolorandolo in azzurro freddo, giallo e  rosso.  Esplodeva il rosso sanguinante lungo il sentiero e il corrimano, mentre i miei amici assumevano un pallore luminescente.

Ho avvertito un grande urlo, ho udito, realmente, un grande urlo, i colori della natura mandavano in pezzi le sue linee, le linee e i colori risuonavano vibrando, queste oscillazioni della vita non solo costringevano i miei occhi a oscillare, ma imprimevano altrettante  oscillazioni alle orecchie, perché io realmente ho udito quell’urlo e poi ho dipinto il quadro L’urlo”.

 

Tra prosa e poesia Munch racconta la radice della sua composizione: una passeggiata con amici. Lo spunto pertanto è del tutto autobiografico, lo stesso artista ammetta di riconoscersi nel soggetto urlante.

Sebbene la singolarità dell’accaduto, permane indubbia la facoltà del noto espressionista nordico di trasmettere sensazioni universali.

L’indiscutibile drammaticità della composizione é magistralmente gridata con colori crudi e violenti che acuiscono a rendere quell’apparente dissoluzione del soggetto che appare quasi molle, sciolto dalla dilaniante angoscia.

Munch è inoltre attorniato da un paesaggio tanto desolante da apparire surreale, appesantito da chiaro scuri che addirittura appaiono ridondanti.

Il tutto è ulteriormente caricato dalla cooperazione di linee diagonali e ondulate  che forzano il fruitore ad immettersi in un turbine affollato di disturbo ed anarchia.

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Anche l’uso della luce concorre a riprodurre una perturbante inquietudine che conferisce alla composizione un senso di epifania dell’evento che urta brutalmente il soggetto spettrale come se illuminato da un abbagliante flash.

Lo spettro si riduce alla bocca che diviene centro compositivo dell’opera da cui paiono provenire stordenti onde sonore che agitano maggiormente l’intera composizione.

Impassibili soltanto gli amici del pittore e il ponte che restano retti e non vengono inclusi nel disturbo, ma pure appaiono noncuranti del disordine psichico del pittore, ciò a prova della labilitá dei rapporti umani.

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 Tale indifferenza è nuovamente riportata in un diario dal Munch, malato a Nizza:

 “Camminavo lungo la strada con due amici quando il sole tramontò, il cielo si tinse all’improvviso di rosso sangue. Mi fermai, mi appoggiai stanco morto ad una palizzata. Sul fiordo nero-azzurro e sulla città c’erano sangue e lingue di fuoco. I miei amici continuavano a camminare e io tremavo ancora di paura e sentivo che un grande urlo infinito pervadeva la natura”.

 Sotto profilo psicoanalitico si denotano fiorenti principi di un attacco di panico, con ansia, giramenti di testa, dolore e senso di vuoto e di angoscia avvertito nella regione toracica, fotofobia, deformazione della realtà, amplificazione insopportabile di ogni rumore.

Non c’è appunto alcun elemento che induca a credere si tratti di una liberazione consolatoria, l’urlo infatti non è definitamente consumato, ma permane mansuetamente sordo.

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