• venerdì , 25 Settembre 2020

Humanitas in sala operatoria

Homo sum, humani nihil a me puto alienum. Sono un uomo, tutto ciò che è umano mi interessa. Terenzio scriveva nel ll sec. a.C. questa frase riassumendo in breve il concetto di humanitas. Interesse verso l’uomo in quanto tale, interesse verso le sue caratteristiche, doti, vizi, virtù.

Oggi potrebbe essere inteso come il motto per tutti coloro che sono impegnati nella lotta per i diritti umani oppure il “credo” di ciascun medico.

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Per quanto riguarda il primo punto non può che essere un senso di filantropia a muovere un considerevole gruppo di persone per permettere a ogni essere umano di godere dei suoi diritti inviolabili e naturali.

Per il secondo punto si possono riscontrare delle complicazioni a livello professionale.

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Il problema. Sembra proprio che non si possa più parlare di medico, ma di meccanico sanitario e che tra uno studio medico e un’officina meccanica non ci sia tanta differenza dal momento che si è verificata tra i neo medici una parziale – se non totale – mancanza di umanità nel rapporto dottore-paziente.

Il malato è visto come un oggetto che presenta dei difetti di fabbrica (malattie genetiche) o di funzionamento (infortuni) oppure difetti dovuti ad un utilizzo prolungato (malattie senili).

Il medico non è altro che un riparatore.

La soluzione. La news l’ha pubblicata il “Corriere della Sera” pochi giorni fa: la facoltà di Oncologia di Milano aprirà a breve un corso di studio obbligatorio di taglio umanistico per i propri studenti, affinché abbiano – almeno in teoria – le fondamenta per poter instaurare un approccio più umano con i loro futuri pazienti. Tra i corsi, psicologia e filosofia.

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Meglio tardi che mai: dopo anni di comizi passati a discutere sul valore del paziente e sulla corretta etica professionale di un medico, finalmente si è deciso  di mettere in pratica la forbita eloquenza degli esperti. Egli non è un riparatore e se si fosse più attenti, ci si accorgerebbe che il medico non è neanche un mestiere. È una missione.

Suona strano: in fondo è un’attività che viene esercitata a seguito di un corso di studi e che viene retribuita, quindi al pari di un comunissimo lavoro. Ma non basta un pezzo di carta che attesti le competenze scientifiche, una valutazione in centesimi, o un cospicuo reddito a fare di un individuo un medico: è la capacità di riuscire a far sentire a proprio agio il paziente, è la delicatezza di comunicare esiti dolorosi facendo recepire al malato che il mondo non è finito e che avere un deficit non è sintomo di impossibilità, ma la possibilità di vedere le cose da un’altra prospettiva.

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In poche parole il medico può essere definito come educatore, nel senso etimologico: fa emergere il meglio anche da ciò che sembra perduto con l’ausilio di valori umani come la capacità di ascolto, la delicatezza e la pazienza.

Queste sono le basi necessarie e sembra che in un modo o nell’altro si possono acquisire: alcune con studi umanistici, altre con l’esperienza sul campo. Milano docet

 

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